“Il LIBROFONINO MERITA UN BEL 10!”: PAROLA DI GABRIELE SPARAGNA, ASPIRANTE SCRITTORE


Pubblichiamo con piacere la recensione che Gabriele Sparagna ha scritto sul libro di Roberto Alborghetti, “PRONTO? SONO IL LIBROFONINO”, edito da I Quindici. Gabriele frequenta la classe 1A, presso la Scuola secondaria 1° “I.C. Marco Emilio Scauro”, a Scauri, dove la scorsa settimana si sono svolti incontri di presentazione per il “Librofonino”. Gabriele ha la passione per la scrittura. Ha da poco pubblicato una raccolta di suoi racconti – intitolata “Storie da un metro e cinquanta” – come lui stesso informa nella recensione qui sotto riportata. Il suo testo è edito da Edizioni Stravagario (2017), costa 3 Euro ed il ricavato è devoluto in beneficenza. Nelle foto: Gabriele con il suo libro e con “Pronto? Sono il librofonino”. 

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Guest Writer: GABRIELE SPARAGNA

Qualche giorno fa nella nostra scuola è arrivato un signore magro, alto e slanciato, uno scrittore. Eh si ragazzi, uno scrittore di libri, e questa volta nel suo libro piccolino e molto illustrato si parla di noi, della nostra generazione.

Quando si tratta di libri nella mia capoccetta si aprono un sacco di cassetti.
Mi piace scrivere e ho la fortuna di avere un piccolo editore in famiglia, che mi aiuta a capire il mondo dell’editoria da come nasce una storia a come si impagina a come le si dà una veste grafica.

Il titolo del libro è accattivante: “Pronto? Sono il librofonino” e sotto al titolo una specie di emoticon che sorride, tutto incorniciato come se fosse uno screenshot di uno smartphone. Mia nonna mi direbbe “Gabriele ma che stai dicendo, che parole usi”!!! Ed io risponderei: “Nonna, quando tu avevi la mia età c’erano i dinosauri che attraversavano la strada, poi te lo spiego”, però lo sa che scherzo poi glielo spiego davvero.

Ho ascoltato le parole di Roberto Alborghetti alla domanda chi ha un telefonino, tutti abbiamo alzato la mano, mentre alla domanda se lo sappiamo usare e usare bene, le risposte sono state poche e confusionarie. È proprio vero, noi ragazzi facciamo tante cose, molte senza chiederci se sia giusto o sbagliato. È vero che lo usiamo sempre, come canta J-Ax abbiamo il cellulare come fosse una parte del corpo e facciamo a gara a chi ce l’ha più grosso.
Siamo sempre connessi, youtube, snapchat, instagram, retrica, selfie, whatsapp, viber, messenger, giga di memoria, giga consumati per la connessione, e il santissimo wi-fi che ci permette di non consumare i nostri giga per condividere la nostra vita.

Secondo Roberto Alborghetti, whatsapp dovremmo usarlo dopo i 16 anni, ma lo abbiamo tutti per gruppi scuola, gruppi sabato, gruppi compleanno, gruppi palestra, chat chat e chilometri di chat. Roberto, che dopo un po’ lo sento amico, ha scritto questo libro e chi ha curato la grafica ha impaginato alcune parole con dei font* allegri, colorati e cicciottelli (*mia madre mi ha spiegato che i font sono i tipi di caratteri che si utilizzano per scrivere, piccoli se hai poco spazio tipo un vocabolario compatto, più grandi se invece vuoi essere visibile anche per i più piccolini).

La parola che salta subito all’occhio entrando nelle pagine è SMOMBIE in grassetto e con un colore verde ramarro, parola che identifica quelli che non riescono a vivere senza il cellulare, gli smartphone zombie, quelli che vivono solo attaccati al monitor del telefonino, e che vanno in ansia se non ricevono una notifica a quello che hanno postato nel web, o che entrano in paranoia se non possono mettere un like – mi piace – prima dell’altro, e sono cavoli amari se non c’è il segnale: quelle tacchette come una scaletta che ti indicano che sei connesso.
Poi arrivano altri ragazzi protagonisti nel libro, che potrebbero essere benissimo ognuno di noi nelle tante giornate di scuola, fuori scuola, nei pomeriggi, nelle notti quando al buio delle nostre stanze restiamo connessi fino a che gli occhi proprio non ce la fanno più, e il giorno dopo dormiamo in classe, oppure abbiamo gli occhi cerchiati come i panda (questa l’ho rubata a mia madre, che pure lei non scherza ad espressioni un po’ strambe).

Caro Roberto Alborghetti, sono felice di averti incontrato, sono felicissimo della dedica che splende in prima pagina, proprio tra il tuo nome e il titolo del libro. E sono ancora più felice che con un guizzo ti ho lasciato il mio libretto, certo devo ancora scrivere scrivere e scrivere per potermi permettere di usare il titolo di scrittore, ma non smetterò mai di seguire un’emozione da fermare sulla carta.
E seguirò i tuoi consigli, come quelli scritti alla fine dalla signora Hoffman …Posso darti un voto, da alunno-aspirante scrittore, ti sei meritato un bel 10.

I miei più sinceri saluti, Gabriele.

 

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