AIUTO! C’E’ UN VIRUS PIU’ PERICOLOSO: LA COMUNICAZIONE OSSESSIVA E A VANVERA


Sì, c’è davvero un virus che di gran lunga è più pericoloso del coronavirus o del covid-19 o che dir si voglia. Rimarranno nella storia della comunicazione (?) queste giornate confuse, isteriche e psicotiche che stiamo vivendo in seguito alla manifestazione in Italia dei primi casi dell’ influenza virale esplosa in Cina nel dicembre scorso.

Il parossismo delle parole a vanvera ed in libertà, trasmesse in ogni istante, a piè sospinto su ogni canale, web o televisivo e satellitare, non ha precedenti. Una modalità ossessiva e compulsiva senza freni e fuori controllo. Con tutte le conseguenze che si sono innescate tra gli italiani, in un cortocircuito della confusione, della follia, della mancanza di qualsiasi tatto psicologico e di sensibilità comunicativa che sono i primi elementi da impiegare in una situazione come quella che stiamo vivendo.

Tutti si stanno improvvisando giornalisti ed esperti. Tutti tuttologi del virus e delle sue conseguenze. Dai TG ai salotti delle varie signore o signorine del pomeriggio, una valanga, anzi, uno tsunami di parole e chiacchiere alla rinfusa si è riversato per l’etere, causando non pochi problemi alla salute mentale del popolo italiano, tenuto sotto pressione da una violenza psicologica inaudita.Sì, panico panico… E poco rispetto per la sensibilità dei cittadini. Altro che social. Qui siamo davvero al livello dei dis-social più sfrenati.

Certo, tutto è lo specchio di una mancanza a monte: quella di coloro che gestiscono i destini della Nazione, incapaci di prendere in mano le redini di una comunicazione corretta e precisa, con l’aggravante poi delle inevitabili polemiche partitiche, in cui invece siamo molto navigati ed esperti. Poi ci stracciamo le vesti per il caos, per l’assalto ai supermercati – ci ricorda qualcosa: il manzoniano “forno delle Grucce“… – per l’impennata stellare dei prezzi, per lo stravolgimento di ogni regola della convivenza civile. Un virus, questo, più pericoloso del corona. E poi, in tutto questo schizofrenico bombardamento mediatico, nessuno ancora che spieghi perchè si chiama così, e poi perchè di colpo l’abbiamo visto trasformarsi in una sigla: COVID-19, che vuol dire Corona Virus Disease 2019, malattia causata dal virus SARS-CoV-2. 

Si è perso il buon senso. Si è smarrito il senso delle proporzioni. E la gerarchia degli avvenimenti in sè. Altrimenti dovremmo chiederci perchè non si parla del fatto che nel 2019 a Taranto sono stati accertati circa 1.500 decessi per via dell’alto tasso di inquinamento. O perchè in un anno sono stati contati circa 1.300 morti sul lavoro.  Oppure che dal 1° gennaio al 30 giugno scorso in Italia si sono verificati 82.048 incidenti stradali (in media, 453 al giorno: 19 ogni ora), che hanno causato 1.505 morti (8 al giorno: 1 ogni 3 ore) e 113.765 feriti (628 al giorno: 26 ogni ora). C’è qualcosa che non va nel sistema con cui si fa informazione e nel modo con cui si usano i social network.

E’ dunque doveroso chiederci: “Che cosa può fare il giornalismo per aiutare i cittadini in una situazione di emergenza o di potenziale emergenza?” Alberto Puliafito, di SlowNews, ha ricordato alcuni punti importanti, basati sulle stesse quattro finalità della Protezione Civile nei casi di emergenza. Ossia: previsione, prevenzione, soccorso e gestione dell’emergenza, ripristino. Il giornalismo di fatto dovrebbe operare secondo le medesime funzioni per aiutare i cittadini. In un contesto emergenziale o pre-emergenziale, quando si comunica ad un pubblico potenzialmente interessato dall’emergenza, bisognerebbe ricordarsi, prima di tutto, che i primi destinatari dell’informazione sono i cittadini che sono anche coinvolti nell’emergenza stessa. 

Per questo bisognerebbe:

  • fare molta attenzione ai titoli e alle immagini e ai video: il loro effetto è dirompente
  • evitare il ritmo eccessivo
  • evitare gli aggettivi
  • evitare ogni tipo di enfasi emotiva
  • enfatizzare, invece, tutto ciò che riguarda le informazioni di servizio e di necessità (ad esempio: aree a rischio, buone pratiche di prevenzione, contenuti delle ordinanze)
  • evitare il dichiarazionismo, cioè riportare virgolettati che hanno il solo scopo di amplificare concetti non utili al cittadino
  • evitare di dare  enfasi negativa alle eventuali misure precauzionali che le autorità competenti hanno reso necessarie, aumentando allo stesso tempo la vigilanza sulle modalità con cui vengono decise, progettate, applicate queste misure precauzionali. Spesso nelle situazioni di prevenzione o di emergenza vengono prese decisioni che sembrano strane o spaventose (per esempio: i treni che non fermano nelle stazioni di un focolaio di una malattia, le università chiuse, l’invito a ridurre la socialità).
  • evitare di far pensare al peggio (nel caso del coronavirus, per dire, è inutile enfatizzare il conteggio di contagiati e morti. Le misure precauzionali vengono prese non tanto per la letalità della malattia quanto per evitare che si diffonda troppo, visto che per ora non esiste alcun vaccino)
  • evitare di diffondere il panico e di generare ansia (a titolo esemplificativo: usare immagini “shock”, la parola “paura” nei titoli, farcire di pallini rossi lampeggianti le homepage dei siti di informazione, aumentare a dismisura le dimensioni del font, replicare all’infinito condivisioni sui social con il conto di contagiati / feriti / morti.
  • fare una moratoria sullo shock, suggerendo la sospensione dai nostri articoli di tutte le parole enfatiche tipo «shock (o choc), emergenza, urgenza, incredibile, straordinario, impossibile, eccezionale, geniale, capolavoro» e simili)
  • spiegare per filo e per segno tutti i concetti legati allo stato d’emergenza, in maniera semplice e lineare, in modo che sia chiaro per tutti che cosa comporta: il cittadino non è tenuto a sapere cosa voglia dire “zona rossa”, è un termine che fa già paura da solo;
  • vigilare su eventuali abusi di potere nello stato d’emergenza, vigilare sulle ordinanze, sulle dichiarazioni che vanno verificate, sulla competenza di chi prende decisioni, sugli interessi economici prima, durante e dopo l’emergenza, senza insinuare e senza lasciare spazi di manovra al complottismo

In definitiva, come dice PuliaFito, sforzarsi di verificare, verificare, verificare. Il virus trasformato in un terribile show è quanto di più criminale ci possa essere.

Ecco l’articolo pubblicato su SlowNews:

Giornalisti e cittadini ai tempi dell’emergenza

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