MASSACRO DI CEFALONIA: DOPO 70 ANNI UN PO’ DI GIUSTIZIA E’ FATTA: ERGASTOLO PER IL NAZISTA STORK… INDAGINE SU UNA TRAGEDIA SENZA FINE


Venerdi 18 ottobre 2013 il Tribunale militare di Roma ha condannato all’ergastolo in contumacia l’ex soldato nazista Alfred Stork, che faceva parte del plotone di esecuzione che nel 1943 uccise gli ufficiali italiani che erano a capo della Divisione Acqui. C’è da dire che la confessione dell’ex nazista – che all’epoca aveva 20 anni e ora ne ha 90 – è stata considerata inutilizzabile (perchè raccolta senza il difensore), ma nei suoi confronti sono state considerate valide e determinanti le testimonianze dei familiari delle vittime, che hanno inchiodato Stork alla sua responsabilità. Dopo 70 anni dal massacro di migliaia di soldati italiani – rei solo di essersi rifiutati di cedere le armi ai nazisti a seguito dell’armistizio di Badoglio – un militare è stato ritenuto responsabile. Tutti i maggiori responsabili di quell’orrendo massacro (sono stati ammazzati, trucidati e passati per le armi tra i 7 e i 9 mila cittadini italiani) non hanno subito la benchè minima conseguenza penale. Uno scandalo immenso, che fa violenza alla memoria di tanti italiani barbaramente massacrati. Ora, dopo 70 anni, un po’ di giustizia è fatta. Finalmente.     

Una foto storica: Battista Alborghetti (il primo nella foto a sinistra)insieme a cinque commilitoni a  Cefalonia, nel 1943 prima della strage.

Una foto storica: Battista Alborghetti (il primo nella foto a sinistra)insieme a cinque commilitoni a Cefalonia, nel 1943 prima della strage.

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roberto alborghetti

mio padre

nell’inferno di

cefalonia

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la memoria di un superstite

un massacro impunito

i silenzi e le omertà di stato

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Battista Alborghetti, classe 1923, nativo di Ambivere (Bergamo), a diciannove anni è mandato a combattere con la Divisione “Acqui” sull’isola greca di Cefalonia. Qui, settant’anni fa, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi pretendono la resa dalle truppe italiane. I nostri soldati rifiutano di cedere le armi e compiono – sono le parole del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi – “il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo”.

I comandi militari tedeschi – dietro un ordine impartito da Hitler – si macchiano di “una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nella lunga storia del combattimento armato”, come è stato affermato nel Processo di Norimberga per i crimini nazisti. A Cefalonia e Corfù avviene un eccidio di dimensioni spaventose: circa 10 mila i soldati italiani fucilati, massacrati, affondati in mare, bruciati dai militari della Wehrmacht. Se ne salveranno poco più di mille, tra i quali Battista Alborghetti.

Il figlio Roberto, giornalista professionista, autore di saggi e biografie, mette il proprio lavoro di cronista al servizio della memoria di suo padre e ne racconta, nell’inchiesta qui sotto riportata, la vicenda di sopravvissuto. E’ un viaggio nelle pieghe dei ricordi, negli abissi di un massacro impunito e in quelle scelte nefaste che per decenni – complici i silenzi e le omertà di Stato –  hanno nascosto negli “armadi della vergogna” della Procura militare di Roma l’olocausto di migliaia di giovani italiani. 

Pubblichiamo il primo capitolo di questo libro-testimonianza, già adottato come testo in diverse scuole. 

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 1

Cefalonia.

E’ una parola che mi ha inseguito fin da bambino. Me ne parlava spesso mio padre, come se ne può parlare ad un piccolo. Racconti un po’ vaghi, forse con qualche sfumatura avventurosa, tanto per carpire l’attenzione di un pargolo, che comunque desiderava sapere e conoscere, cosa avesse mai fatto suo padre, a Cefalonia.

Capivo però che quella parola era scomoda, collegata ad un luogo dell’infelicità umana. Qualcosa che sfuggiva alla mente di un bimbo, perché parlare di guerra, battaglie e scontri armati era come riferirsi ad una dimensione lontana, staccata dalla realtà quotidiana, come lo erano le immagini diffuse dalla televisione o viste sullo schermo di un cinematografo.

Man mano crescevo negli anni, i contorni ed i significati di quel termine – Cefalonia – si andarono via via precisando, parallelamente al progressivo passaggio nell’età nella quale le cose si fanno (o dovrebbero farsi) chiare.

Mio padre me ne parlava, un po’ vagamente, ad essere sincero, in coincidenza delle  ricorrenze patriottiche nazionali. Innanzitutto quando cadeva il 25 aprile, giornata della Liberazione. Era un modo per dire: “Io c’ero”. Ma anche il 4 novembre, la “Giornata della Vittoria”, la fine della Grande Guerra, che aveva visto suo padre Giovanni, nonché mio nonno, combattere al fronte, meritandosi l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto. E me ne parlava anche quando si recava a partecipare ai periodici raduni dell’Associazione Nazionale Divisione “Acqui”.

Fu al ritorno da uno di questi appuntamenti che mio padre sfilò dalla tasca un opuscolo bianco, su cui spiccava una sorta di freccia: la riproduzione di una mostrina militare, di colore  giallo con  una banda centrale nera che terminava in una stelletta. Era una pubblicazione dedicata all’inaugurazione a Verona, il 23 ottobre 1966, del Monumento ai Caduti della “Acqui”. Mi incuriosì e volli sfogliarlo subito. Non trovai, tra quelle pagine, il resoconto di quanto avvenne a Cefalonia dopo l’8 settembre del ’43. Era, più che altro, una fotocronaca della cerimonia veronese, alla quale aveva partecipato l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro. Vi erano riportati saluti ed interventi, per la verità un po’ ostici da capire per un ragazzo che a scuola pur riusciva bene nella lingua italiana…

Io volevo avere notizie, fatti, resoconti. Invece, vi trovavo discorsi molto alti, celebrativi, pure roboanti, che andavano sicuramente bene nella circostanza per cui erano stati pensati, ma non per chi, giovanissimo lettore come me, voleva la narrazione di vicende, che tutti definivano “eroiche”, “gesti supremi”, “offerta di generosità”, “sacrificio indomito”, “mirabile olocausto”. Però, nella seconda parte di quell’opuscoletto – che conservo tuttora – era riportato il discorso ufficiale di padre Luigi Ghilardini, cappellano militare a Cefalonia tra i soldati della “Acqui”. E tra le righe cominciai ad intravedere e percepire la trama tragica e complessa di quelle giornate, il clima drammatico dopo l’armistizio dell’8 settembre, la scelta – difficile, sofferta, combattuta – di non cedere le armi ai tedeschi, gli alleati che un dispaccio dal governo di Roma aveva trasformato in nemici. E poi, quella decisione – di resistere militarmente e di difendere la propria libertà – presa dal generale Antonio Gandin dopo una consultazione dei reparti militari: una procedura inusuale, al di là degli usi e delle convenzioni delle forze armate, che non ha precedenti nella storia militare contemporanea. E infine gli “abissi dell’aberrazione umana”: il massacro, il martirio, lo strazio ed il sangue di migliaia di soldati italiani.  

Più tardi, mi venne tra le mani un’altra pubblicazione di padre Ghilardini, “Sull’arma si cade, ma non si cede”: uno squarcio impressionante su quello che è considerato come l’episodio “più terrificante e più glorioso” della seconda guerra mondiale combattuta dagli italiani. Un libro scritto “in presa diretta” da chi  fu tra i testimoni di due anni di odio e di sangue. Un diario crudo della resistenza della Divisione Fanteria da montagna “Acqui” e della Marina e della reazione dei Comandi tedeschi, cui venne dato il seguente ordine: “a Cefalonia non venga fatto alcun prigioniero italiano a causa dell’insolente e proditorio contegno da essi tenuto… Tutti gli italiani che oppongono resistenza siano fucilati durante il combattimento”.      

Cefalonia prese corpo e forma, nella mia mente. Come fosse un fantasma. Uno spettro. Un incubo. Una realtà dell’orrore e della follia degli uomini. Mio padre “visse” Cefalonia. Fu in quell’inferno. Dal novembre 1942 al novembre del 1944. Portava le mostrine della Divisione Acqui, come gli altri 11 mila soldati italiani mandati a presidiare l’isola ionica. Scaraventati contro un tragico destino. Abbandonati e dimenticati, prima, durante e dopo l’8 settembre. Massacrati, feriti, imprigionati e deportati. Una tragedia italiana, accaduta esattamente settant’anni fa. Ma anche una vicenda europea. Una storia di piccoli grandi eroi, che preferirono cadere piuttosto che cedere. Difendendo l’onore, l’appartenenza al popolo italiano, le proprie radici, la propria casa, le proprie famiglie. Difendendo un’idea di Stato e di Patria.

Mio padre Battista, classe di ferro 1923 (è nato il 27 marzo di quell’anno) ha vissuto, ed è sopravvissuto, a Cefalonia. Un superstite quasi per miracolo, visto che più di una volta vide passare davanti a sè la morte. Venne anche ferito. Fu fatto prigioniero e finì pure in isolamento. E da provetto artificiere collaborò nel “sabotare” il progetto dei nazisti di far saltare in aria, letteralmente, Argostoli e dintorni dopo che la Wehrmacht aveva deciso di lasciare l’isola. E’ la prima volta che ne scrivo. E l’unico imbarazzo che provo, nel farlo, è che ciò mi costringe ad occuparmi di un fatto personale e familiare. Non ho mai raccontato la Cefalonia di mio padre. Ma avrei rischiato di pentirmene se, prima a poi,  non avessi affidato a dei fogli di carta, le vicende di una storia che mi appartiene. E che ci appartiene, come italiani, come europei.

Anche la storia di mio padre, come quella dei suoi compagni di armi, può servire ad illuminare una vicenda sulla quale, per decenni, piombò una cappa di silenzio. Quei morti, quei massacri, davano fastidio. Come l’eroismo di quegli umili. Come la loro capacità di scegliere. Come la loro libertà di lottare. Al di là ed oltre il fenomeno della Resistenza, che essi di fatto anticiparono in quella sperduta isola greca, come una scelta di libertà e di giustizia, contro tutte le sopraffazioni. Laggiù c’erano 11.600 italiani; altri 4.970 erano di stanza nelle vicine isole di Corfù, Zante ed Itaca. Dopo l’8 settembre 1943, ne vennero trucidati 10.500. Un crimine. Un martirio. Una storia senza fine.

Ho lasciato che mio padre si raccontasse in libertà, senza una scaletta prestabilita. La sua è una narrazione lineare, trasparente, di un soldato il quale, in quei drammatici momenti, non tentava di captare le strategie di una politica militare o governativa, o le coordinate internazionali di un conflitto bellico, o di interpretare chissà quale dinamica nel “confronto con il nemico”, ma si metteva in gioco, con la propria vita, per una scelta e per un sogno di libertà, perché così “doveva essere”. Ho voluto che la sua testimonianza, registrata su nastro, avvenisse alla presenza di mia figlia, Alizée. Un racconto tra nonno e nipote: la trasmissione di un seme di memoria, per non dimenticare. 

                       

 © Copyright Roberto Alborghetti

 Mio padre nell'inferno di Cefalonia

NONNI, CHE STORIE! 2012: ECCO LE SCUOLE PREMIATE / PREMIAZIONE IL 14 NOVEMBRE AL “GLENO”


Ecco le scuole premiate per aver partecipato all’iniziativa lanciata dalla Fondazione della Casa di Ricovero Santa Maria Ausiliatrice, nota come la Casa di Ricovero “Gleno” di Bergamo. La premiazione avverrà il prossimo 14 novembre (ore 10,30) presso la stessa Casa di Riposo del “Gleno” a Bergamo. 

PRIMI PREMI

CLASSI TERZE

SCUOLA PRIMARIA

CORNA IMAGNA – BG

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CLASSI TERZE

SCUOLA PRIMARIA RODARI

SERIATE – BG

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ISTITUTO COMPRENSIVO

RANICA – BG

*

SCUOLA SECONDARIA 1°

DONATO BRAMANTE”

VIGEVANO – PV

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SECONDI PREMI

SCUOLA PRIMARIA DA VINCI

GHISALBA – BG

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SCUOLA PRIMARI MAGREGLIO

MILANO

*

SCUOLA PRIMARIA “C.ROSA”

CARENNO – LC

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SCUOLA PRIMARIA “MORO”

CAMPELLO SUL CLITUNNO – PG

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TERZI PREMI

SCUOLA SECONDARIA 1° “BROFFERIO”

ASTI

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SCUOLA PRIMARIA “SABA”

ELMAS – CA

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SCUOLA PRIMARIA “GIOVANNI PAOLO II”

ICS GERA LARIO

SORICO – CO

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SCUOLA SECONDARIA 1° “TREBESCHI-CATULLO”

DESENZANO SUL GARDA – VR

RILANCIARE CESENATICO ATTRAVERSO LA SUA STORIA LEGATA AL MARE / INTERVISTA AL SINDACO ROBERTO BUDA


 

Intervista a cura di Roberto Alborghetti

Conto alla rovescia per il gran finale dell’edizione 2011-2012 di “Un Fiore per Voi /Poesie per i Nonni”, promossa da Okay! ed Ufficio Olandese dei Fiori con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Cesenatico e dell’Ufficio Turismo. Inserita idealmente quest’anno anche nelle iniziative di “Active Ageing” – la campagna europea per la promozione del dialogo tra le generazioni – l’iniziativa vedrà sul palco del suggestivo Teatro Comunale di Cesenatico (29 settembre, ore 21) i 10 mini poeti che, secondo le valutazioni della giuria, sono risultati meritevoli di figurare nell’Albo d’Oro della XIII edizione. Per tutti i premiati sarà anche un bellissimo modo per scoprire e conoscere Cesenatico, città che dalla primavera 2011 è guidata dal dottor Roberto Buda, sindaco che viene dal mondo della scuola, avendo insegnato matematica e fisica al Liceo scientifico “Da Vinci” di Cesenatico.

Abbiamo dunque intervistato il sindaco di Cesenatico, che ci parla della sua nuova esperienza di primo cittadino e dei  progetti legati allo sviluppo ed alla promozione della bella ed accogliente città romagnola.  

 

Signor Sindaco, è alla guida di Cesenatico da poco più di un anno. Come ha vissuto questa fase iniziale  del suo impegno amministrativo?

Il primo anno è stato entusiasmante. Nelle prime fasi ho avuto bisogno di orientarmi e di capire come mettere in piedi una squadra di collaboratori competente ed adeguata. Dopo aver costituto la Giunta ed individuato i dirigenti dei vari settori mi sono sentito più “tutelato” ed ho iniziato a lavorare con grande passione.

L’aspetto che mi ha più colpito di questa esperienza è stato il rapporto che sono andato costruendo con i miei concittadini, con la gente. Qui non siamo a Roma o in Regione, dove il rapporto con gli amministratori è vissuto come lontano e distante. Quando esci per la strada, la gente è pronta a fermarti, a confidarti i propri problemi e le proprie necessità. Dunque, in questo mio primo anno di sindaco, ho cercato questo contatto con i cittadini, avvicinandone le aspettative e le necessità. E’, quello del sindaco, un ruolo che richiede tutto se stesso, oltre che una  presenza continua e totale. Devo dire che anche la mia famiglia è entrata nell’ottica di essere “la famiglia del sindaco”: mia moglie Maeba e i miei due figli, Davide e Francesco, mi hanno sostenuto in questa fatica, condividendo come me questo percorso. 

Certo, l’impatto c’è stato, tenendo anche conto del fatto che la nostra non era una prosecuzione dell’amministrazione precedente, ma un cambio radicale di compagine, un avvicendamento storico che ci vedeva chiamati ad affrontare un’esperienza ed una fase davvero senza precedenti. Si, sono stati mesi faticosi. Ora la macchina amministrativa è ben rodata e sta già lavorando a pieno regime.

Gioca sicuramente a suo favore anche il fatto di conoscere molto bene Cesenatico. In quale zona è nato e vissuto?

Sono nato il 6 maggio 1973 nel quartiere di Ponente, una delle aree storiche della città. Ponente è il quartiere più legato alla tradizione della pesca, quello considerato storicamente più ai margini. Ma in tutti noi vi è sempre stato un grande orgoglio, oltre che un senso di appartenenza che si riversava anche in quelle fenomenali partite a calcio in cui noi ragazzi dei diversi quartieri trasferivamo anche una sorta di rivalità territoriale… Mi piace sottolineare questa mia origine. E Ponente è sicuramente una zona che merita di essere sviluppata e rilanciata.

Ponente di Cesenatico vuol dire anche la grande realtà delle colonie estive marine – ora in parte dismesse – dove migliaia di ragazzi italiani hanno vissuto e continuano a vivere le proprie vacanze, oltre che il primo incontro con la realtà del mare…

Sì, e proprio il tema della riqualificazione della grande area delle ex colonie marine mi ha già preso tempo ed energie. C’è infatti in cantiere un progetto legato allo sviluppo ed alla valorizzazione di questa parte della città, dove erano stati costruiti grandi complessi architettonici, tra i più numerosi ed estesi di tutta la costa romagnola. Ora, queste vecchie e fatiscenti strutture possono rappresentare una grande opportunità per investire sul territorio. Una tendenza peraltro già in atto grazie anche all’attenzione da parte di  alcuni imprenditori, anche del Nord Italia, che hanno deciso di investire e riqualificare l’area. Ora si tratta davvero di inserire queste azioni in un progetto più ampio e articolato destinato a dare grande vitalità e sviluppo a Ponente, dove peraltro esistono già realtà interessanti come Atlantica, come Eurocamp e dove è in funzione anche un palazzetto dello sport.

 

Dunque “Ponente” come immagine, non solo simbolica, per dare nuovo impulso all’intera città di Cesenatico ed alla sua vocazione turistica?

Sicuramente. L’area di Ponente si presta in modo eccellente per creare una sorta di “città nuova” nella quale vivere un’esperienza di turismo vicino alle caratteristiche della famiglia, legato all’ambiente, alla cura ed al  benessere. Un’area aperta tutto l’anno, nella quale c’è turismo anche nei periodi autunnali ed invernali. Ho già  conosciuto ed approfondito, a questo proposito, progetti ed esperienze a livello internazionale le quali, pur essendo dislocate in luoghi non soleggiati o di mare, ospitano visitatori tutto l’anno, offrendo servizi e strutture dodici mesi su dodici. Ecco, mi piacerebbe portare queste realtà a Cesenatico. Per la nostra riviera sarebbe una novità. Con un valore aggiunto: il mare d’inverno è una delle più belle attrattive naturali. E se corredato ed integrato da un’offerta turistica orientata al relax, al benessere e ad opportunità culturali e del tempo libero, può davvero fare la differenza. Insomma, una bomba che farebbe fragore…

Accanto a questo “sogno”, ve ne sono altri nei suoi pensieri di sindaco?

Sì, e sono legati ad un doppio desiderio di Tonino Guerra, recentemente scomparso. Il primo – la “Cattedrale delle foglie”, recentemente inaugurata ai Giardini del Mare – è stato già tradotto nella realtà. Si tratta di un originale ed artistico tributo alla natura espresso con 7 grandi foglie che si articolano a forma di cattedrale: una scultura suggerita a Tonino Guerra dalla moglie, originaria dell’Armenia, dove nei muri delle chiese venivano incise delle croci, veri e propri ex-voto con i quali la povera gente esprimeva la propria gratitudine per le  “grazie” ricevute. L’altro sogno, sempre suggerito da Tonino Guerra, è collegato alla realizzazione della “Torre di Leonardo Da Vinci”, in omaggio al grande Genio italiano che giunse a Cesenatico il 6 settembre 1502, chiamato da Cesare Borgia per progettare -dopo un periodo buio di guerra- quello che è l’attuale Porto Canale, il “cuore” della nostra città.

Ebbene, Leonardo salì sulla torre che si elevava alle porte di Cesenatico e stese quel famoso progetto – che fa parte del celebre Codice L, conservato al Louvre di Parigi – che diede nuova vita al Porto Canale, grande opera di ingegneria. Come consigliato da Tonino Guerra, la ricostruzione di una moderna torre dedicata a Leonardo – da erigere nel parco archeologico vicino ai resti dell’antico monumento, distrutto durante la guerra – sarebbe un modo per valorizzare Leonardo e la sua storica presenza a Cesenatico. Vedrei bene un concorso di idee sull’argomento per poi scegliere il progetto migliore, quello che riassume anche la nostra idea di ampliare la stessa sezione a terra del Museo della Marineria, dilatandola fino alla zona del parco archeologico, includendo cosi anche la nuova e moderna torre dedicata a Leonardo. Sarebbe un modo significativo per sottolineare anche la nostra cultura marinara e per rilanciare sempre più lo stesso Museo della Marineria, ormai diventato, un punto di riferimento nazionale per quanto concerne lo studio e la storia delle attività e realtà collegate al mare.

E qui penso si innesti anche il discorso sulla promozione del turismo scolastico, che vede anche il mensile Okay! stabilmente proporre alla scuola italiana iniziative ed attività…

Vengo dal mondo della scuola – ho insegnato fino allo scorso anno presso il Liceo scientifico “Leonardo Da Vinci” di Cesenatico – e conosco quanto siano fondamentali oggi i temi dell’educazione e della formazione delle nuove generazioni. Ringrazio innanzitutto per l’attenzione che il vostro mensile dà a tutte queste iniziative per la promozione del turismo scolastico. Effettivamente qui a Cesenatico si possono trascorrere interessanti giornate a contatto con realtà che parlano di mare, storia, scienza, ambiente, letteratura. Ad esempio, a Cesenatico c’è il Museo della Marineria – nelle sue sezioni a terra e a mare – con la storia della marineria dell’Adriatico vissuta attraverso un percorso suggestivo. C’è la casa-museo del poeta Marino Moretti, c’è il centro storico, con la piazzetta delle Conserve, che offre spunti per capire la vita del borgo marinaro, anche attraverso gli aspetti dell’alimentazione e della conservazione dei cibi. A Cesenatico c’è il Centro di Biologia Marina, una realtà regionale che si occupa della vita del mare, monitorando l’andamento biologico dell’Adriatico. Si possono vivere bellissime esperienze di  pesca turismo – insieme ai nostri pescatori – e conoscere la  pesca e la filiera della pesca, ossia come il pesce determini una economia che va dalla raccolta alla sua trasformazione e distribuzione. C’è poi il percorso storico, religioso ed artistico, con la visita alla chiesa parrocchiale di San Giacomo, sul Porto Canale, che custodisce dipinti del  Cagnacci, discepolo del Caravaggio. E senza dimenticare che Cesenatico è inserito in un contesto di eccezionale valore storico e turistico: basti pensare alla vicina Ravenna, all’entroterra, alle rete dei castelli e musei ed ai numerosi parchi tematici che i ragazzi ben conoscono. Insomma, qui davvero si può fare turismo scolastico e scoprire quanto il mare abbia da raccontare.

Signor Sindaco, il prossimo 29 settembre si rinnoverà l’evento di “Un Fiore per Voi, Poesie per i Nonni”, che da anni trasforma Cesenatico in una sorta di “capitale” della poesia giovanile. A lei la parola per un saluto ai mini poeti che saranno sul palco del Teatro Comunale… 

Cesenatico non è solo una città di mare e turismo, ma è anche una città che vive un  forte legame con la poesia. Qui è nato un grande poeta, Marino Moretti, la cui dimora sul Porto Canale è ora un museo vivente della storia della poesia italiana. Uno dei nostri obiettivi è di rendere Casa Moretti un luogo sempre vivo, collegandola a tutta quella voglia di raccontare espressa dalle iniziative del nostro territorio. La poesia è uno di quegli strumenti letterari che permette nel modo più intimo di esprimere se stessi, le proprie emozioni, le proprie esperienze e passioni. L’iniziativa “Un Fiore per Voi”, diventata per Cesenatico un appuntamento tradizionale, va nella direzione della valorizzazione della poesia e del tessuto culturale di Cesenatico. Rivolgo dunque il mio caloroso saluto a tutte le scuole che anche quest’anno hanno partecipato all’iniziativa. Un “benvenuto” particolare va poi ai ragazzi premiati, che saranno ospiti di Cesenatico. Ad essi va il mio auspicio di conservare sempre questo interesse per la poesia, in modo da saper raccontare la propria vita, in tutti i suoi aspetti, nella maniera più bella e genuina possibile.

 

CESARE PRANDELLI, UNA VITA DA CAMPIONE: UN LIBRO-INTERVISTA DA LEGGERE DOPO GLI EUROPEI


Vivere in profondità questo momento con me stesso e con gli altri è il senso della vita. Perché questo momento è unico e irripetibile” (Cesare Prandelli)

La collana dal titolo “Una vita da Campione”, edita da I Quindici VELAR (prezzo: 2 euro)  ha come obiettivo quello di incontrare personaggi famosi, di mondi diversi (sportivo, musicale, cinematografico, teatrale ecc.), e di dialogare con loro sulle “questioni forti”, sulle “domande di senso”, che ciascun uomo e ciascuna donna si pone.

Il primo titolo, curato da Alberto Bassani, pubblicato due anni fa, proprio quando egli venne incaricato come commissario tecnico degli Azzurri, venne dedicato a CESARE PRANDELLI. Giocatore di calcio, poi allenatore affermato, fino al prestigioso incarico di CT della Nazionale Italiana. Cesare è anche una persona, un marito, un papà, un uomo che come tutte le persone si interroga sulla vita, sul senso del vivere anche quando costa fatica. Egli ha avuto tanto dalla vita, ma la vita ha chiesto molto a lui. Gli argomenti sviluppati attraverso le domande sono stati: Vita, Morte, Amore, Dolore, Dio, Male, Successo, Solidarietà, Futuro, Il Senso.

Dopo la comunque positiva prova degli Azzurri, questo è un piccolo grande libro da leggere. Prandelli parla con semplicità ed umanità. Ed offre una bella lezione di positività e di amore per la vita.

PER INFO: info@inuoviquindici.com

 

CESARE PRANDELLI, UNA VITA DA CAMPIONE Alcune pagine del libro

NEL REGNO DEGLI SPATHIPHYLLUM


Viaggio in Olanda per conoscere la realtà dei produttori di piante per gli ambienti domestici – 1a puntata

Air so Pure” (L’aria così pura) è un marchio noto in tutto il mondo. Rappresenta e interpreta il lavoro di ricerca e la passione “verde” di una Associazione di produttori e di una grande azienda olandese – la BestPlant – dalla quale inizia, da questo numero di Okay!, una sorta di viaggio tra le realtà imprenditoriali che in Olanda producono piante da appartamento. La prima tappa è nella regione del Westland, dove è davvero uno spettacolo vedere serre e ancora serre, ed infrastrutture e logistica legate alla produzione ed al commercio delle piante in vaso.

 

Questa regione – mi dice Charles Lansdorp, dell’Ufficio Olandese dei Fiori, che ha sostenuto e promosso questo giro di conoscenza tra i produttori olandesi – fino al secondo dopoguerra era dedita alla coltivazione di frutta e verdura. C’era perfino chi coltivava uva e pomodori, con discreti risultati. Poi, il boom delle serre, ognuna delle quali specializzate su singole piante da appartamento, come nel caso di BestPlant, azienda che sorge a Poeldijk. L’attività è stata avviata due generazioni fa, dal signor Bert Zuidgeest, che aveva appunto iniziato a coltivare frutta e verdura.

Di quel periodo storico esistono ancora oggi delle tracce in una sorta di museo che è stato creato in una bellissima orangerie per ricordare gli inizi di una azienda che oggi, con la produzione di Spathifillum, è tra le più importanti d’Olanda. Poi, l’impresa è passata nelle mani del figlio Hans, che ha cominciato a sperimentare la coltura di piante in vaso, comprese le “Stelle di Natale” (Poinsettia). Un impegno portato avanti con grande passione e dedizione, fino a raggiungere straordinari risultati di cui le stesse grandi serre sono l’emblema e l’espressione concreta di un grande lavoro.  

Oggi l’attività è articolata su tre grandi serre (greenhouses) altamente tecnologizzate, che misurano dai 2 ai 2,8 ettari di estensione. Ogni ambiente – come ci dicono Hans Zuidgeest, titolare di BestPlant, e suo figlio Patrick – riproduce perfettamente il clima e le condizioni originarie della pianta, che proviene dalle zone del Sudamerica. Qui a  Poeldijk siamo davvero nel regno dello Spathiphyillum, una pianta che – come stabilito da ricerche scientifiche effettuate anche dalla Nasa, l’Ente spaziale americano – ha incredibilità qualità anti-smog. Come ci dicono Hans e Patrick, lo Spathiphyllum assorbe i veleni del Co2, depura l’aria dai gas nocivi, aumenta l’umidità dell’aria. E’ facile da tenere in casa, non richiedendo particolari operazioni di mantenimento.

Questa pianta cattura-veleni e pulisci-ambiente ha fatto davvero la fortuna di BestPlant, che anche con il marchio associativo “Air so Pure”, da oltre una decina di anni, ha organizzato una rete commerciale che oggi consente la vendita di una media annuale di più di un milione di Spathifillum in vaso, oltre ad altre piante anti-smog di cui BestPlant è produttrice. Nella grandissima serra di Poeldijk – dove l’occhio davvero si perde in un grande mare di Spathifillum – ho visto esemplari di pianta che partono da pochi centimetri di lunghezza a quelli che arrivano fino ad oltre un mese e mezzo. Tre le misure-standard delle piante in vaso, che raggiungono ogni giorno i mercati di tutta Europa, Italia compresa, e di vari Paesi del mondo. BestPlant tratta principalmente sei varietà di Spathifillum, anche se la gamma arriva fino a quindici tipi.

Nelle grandi serre l’attività quotidiana è senza sosta per poter garantire la produzione e la commercializzazione di Spathifillum nei vari centri di distribuzione. Pur in questi momenti di crisi, la richiesta del mercato è sempre alta, nonostante la forte concorrenza di altri produttori. Ma Hans Zuidgeest, il figlio Patrick e l’intero suo staff hanno saputo rispondere alle incertezze con abilità ed intelligenza, puntando sulla qualità, sulla forza del prodotto, su una organizzazione aziendale ben strutturata, sull’impiego delle nuove tecnologie, su interessanti attività di comunicazione e ricerca (come riferito a parte, in queste pagine). Essi sono giustamente orgogliosi di un marchio che, come “Air so Pure”, riunisce una offerta di piante che aiutano a vivere meglio e a ricreare un clima di benessere nei nostri ambienti, dalle case agli uffici alle comunità.Un marchio che è diventato un vero e proprio messaggio, qui, in questa terra d’Olanda dove l’occhio si perde e si sperde tra i colori di piante e fiori, essi stessi il simbolo di un Paese e di un modo di essere.

Roberto Alborghetti

PRIMI IN SICUREZZA: “UN’IDEA INNOVATIVA PER LA SCUOLA E LA SOCIETA'”


Il periodico-newsletter Info Rossini Trading Spa ha dedicato ampio spazio alla 10a edizione di Primi in Sicurezza pubblicando una intervista a Roberto Alborghetti, direttore di Okay! La riproponiamo sul nostro sito, pensando sia un significativo contributo di idee per tutti, soprattutto per le scuole italiane che in tutti questi anni hanno preso parte all’iniziativa.

 Siamo alla decima edizione di questa iniziativa, quali sono le emozioni che le hanno dato tutti questi anni di concorso?

 Penso che l’emozione più forte nasca dal fatto di verifcare, ogni anno, come un tema ritenuto obiettivamente “difficile” come quello della prevenzione degli infortuni sul lavoro, raccolga attenzione ed interesse nel mondo della scuola. Quando con Marco Rossini nacque l’idea di “Primi in Sicurezza”, avevamo considerato la “non popolarità” dell’argomento e comunque la complessità dei contenuti di un messaggio che doveva arrivare a tutta la scuola, dalle materne alle superiori. L’appoggio dell’Anmil – e la convinzione che dovevamo accettare la sfida – hanno prodotto i risultati che sono sotto i nostri occhi. “Primi in Sicurezza” è a tutt’oggi l’unica iniziativa – sistematica e  continuativa – che a livello italiano ed europeo coinvolge la scuola in una riflessione che dura tutto l’anno su un tema decisivo per il nostro futuro. Ed anche questo fatto è fonte di emozione e di orgoglio, per tutti noi.         

 Crede che questa attività di sensibilizzazione indirizzata ai più piccoli possa portare dei frutti tra i lavoratori di domani?

 E’ sempre difficile prevedere cosa riserva il futuro, per i singoli e per la collettività. Sicuramente “Primi in Sicurezza” è un contributo alla didattica ed alla cultura, oltre che un invito a considerare una problematica che tocca profondamente la società.  Il fatto che parli alle nuove generazioni fa sperare che i cittadini ed i lavoratori di domani siano poi maggiormente sensibilizzati sulla necessità di prevenire il fenomeno degli infortuni sul lavoro. E fondamentalmente, la nostra iniziativa, agisce sulle leve del cambiamento di una mentalità culturale che ha sempre purtroppo considerato l’infortunio sul lavoro come una mera fatalità. In questi ultimi due anni, i dati segnalano una leggera diminuzione del numero degli incidenti, che rimane comunque sempre molto alto. E’ una tendenza positiva, che possiamo proiettare su uno scenario sociale in cui fatti ed episodi drammatici, accaduti nel nostro Paese sui luoghi di lavoro, hanno contribuito a scuotere le coscienze.    

 Ci sono dei lavori che le sono rimasti particolarmente impressi per originalità o forte impegno?

 E’ sempre problematico citare un prodotto rispetto ad un altro. In tutti i lavori leggiamo sempre un grande impegno, un singolare sforzo di approfondimento ed una straordinaria capacità di tradurre in senso creativo le “piste didattiche” di volta in volta proposte. Direi che mi colpiscono sempre i lavori che arrivano dalle scuole materne. Noto, dietro tabelloni e plastici colorati, una vivacità pedagogica frutto di un grande entusiasmo da parte di tanti insegnanti, ai quali va il nostro ringraziamento. Essi sanno  accettare la sfida di coinvolgere bimbi, dai tre ai cinque anni, in un percorso che li porta ad interrogarsi sul lavoro, a raccontare le fatiche dei propri genitori, a disegnare i rischi cui mamma e papà spesso vanno incontro nella propria occupazione. Ne esce la narrazione di un’Italia sorprendentemente attenta e sensibile. Un’Italia che, spesso, sfugge anche gli occhi degli stessi media.            

 La vostra rivista propone diversi concorsi a tema, secondo la Sua esperienza, da parte di insegnanti e genitori c’è abbastanza attenzione sul tema della sicurezza del lavoro?

 Tra le iniziative promosse da Okay!, “Primi in Sciurezza” è sempre tra quelle che raccoglie il maggior numero di adesioni e di lavori di grande profilo didattico e pedagogico. Se guardiamo agli elaborati pervenuti nell’arco di dieci anni, non solo essi ci offrono lo spaccato di un’Italia – come dicevo prima – attenta e sensibile, ma anche motivata nel capire e prevenire una “piaga” che ogni anno presenta un altissimo costo sociale. Penso che “Primi in Sicurezza” abbia fornito ai docenti italiani una grande quantità di stimoli che hanno indirettamente prodotto una sorta di “unità didattica” che nessun programma ministeriale ha finora né previsto e né emanato. L’iniziativa di Rossini Trading, Anmil ed Okay! ha di fatto disegnato un singolare codice di educazione civica che è stato costruito dal basso, dalla base, con il contributo diretto di alunni, docenti e famiglie. E’, questo, un altro risvolto che qualifica “Primi in Sicurezza” e la sua carica di innovazione e creatività.

FENOMENI: QUELLE INDIMENTICABILI SIGLE TV DEI “CAVALIERI DEL RE”…


 

 Di Gianni Soru

 

Sono passati 30 anni da quando il gruppo vocale dei CAVALIERI DEL RE si è formato. I suoi componenti sono Riccardo Zara (cantautore, sa suonare tutti i tipi di strumenti), Clara Serian (sua ex moglie brasiliana, è psicologa), Guiomar Serina (cognata di Riccardo e Sorella di Clara, proprietaria di negozi e di un hotel, è stata il primo tecnico del suono femminile italiano) e Jonathan Zara (nipote di Guio, quindi figlio di Riccardo e Clara, è diventato papà da un mese). Operativi negli anni ’80, tornano negli anni 2000 con 3 nuovi cd e 2 dvd, ed ora esce Opera Omnia, che raccoglie tutti i loro lavori e un cd inedito: Album di famiglia.

Ecco l’intervista realizzata con i Cavalieri del Re.

 

Rispetto agli altri interpreti di sigle, voi siete stati gli unici in grado di poter cantare sigle per generi diversi: storici (‘King Arthur’, ‘Lady Oscar’), fantasy (‘Moby Dick 5’), animali (‘Kimba’, ‘Gamba’), violenti (‘Devil man’, ‘L’Uomo Tigre’), storie (‘Cuore’, ‘Flo Robinson’, ‘Fiorellino’, ‘Coccinella’), robotici (‘Godam’, ‘Calendar men’), magici (Chappy’, ‘Lo specchio magico’), sportivi (‘Superauto mach 5’, ‘Ugo’), comici (‘Yattaman’, ‘Ransie’, ‘Gigi la trottola’)… A cosa era dovuta questa vostra ‘fortuna’?

Forse perché avendo 4 voci a disposizione potevamo adattarle a tutto.

 

Le sigle di oggi non vendono niente, perché?

Perché nessuno sa più scrivere. Poi con la diffusione dei cellulari, I-Pod, mp3, computer… si ascolta musica tutte le ore. Si scarica quella serve, e l’ascoltano come sottofondo giornaliero, per non pensare.

 

Italian Carnaval (1983) risulta essere tra i 5 album italiani più venduti. Secondo voi a cosa è dovuto tutto il successo che ha ottenuto?

E’ un lavoro che ci ha commissionato la Duck Record, il successo è stato dovuto al fatto che alla gente sarebbe piaciuto avere in casa un disco da usare per le feste come il carnevale o i compleanni. Poi c’è stata la pubblicità in TV del disco, uno delle prime apparse in TV. La nostra identità doveva essere coperta dal duo dei Chikano, perché noi avevamo un contratto con la R.C.A.. La Duck Record voleva che cantassimo le canzoni tutte intere, ma veniva fuori una cosa noiosa, io così abbiamo pensato di prendere solo i ritornelli e di mixarli tutti tra di loro. Questa è stata un’idea che nessuno ha mai avuto. Ed ha avuto un successo enorme. Il disco è stato venduto anche all’estero.

 

Ci sta pure “Sanremo dance” o “Sanremo Carnaval” (1984), dove ricantate i più grandi successi del Festival di Sanremo da ‘Nel blu dipinto di blu’, a ‘Quando, quando, quando’ da ‘Non ho l’età’, a ‘Una lacrima sul viso’ da ‘Cuore matto’, a ‘Nessuno mi può giudicare’ da ‘Zingara’ a ‘La prima cosa bella’, da ‘Felicità’ a ‘L’italiano’…

Sempre la Duck Record ci disse di scegliere le canzoni più famose del Festival di Sanremo, qui abbiamo cantato la prima parte della canzone con ritornello. E l’idea di poter riascoltare tutti i successi del Festival in una sola volta è piaciuto a tutti! Questa volta la nostra identità fu coperta dai Tukano.

 

Il vostro album con le canzoni di Natale il “Christmas dance” (1984) è ancora oggi il più venduto. A cosa è dovuto?

Volevamo fare qualcosa di nuovo, e ci venne in mente il Natale, alle canzoni che tutti conoscono ‘Jingle Bells’, ‘Tu scendi dalle stelle’, ‘Buon Natale’, ‘O tacita notte’, ‘Bianco Natale’… e che non tramonteranno mai, ovviamente presentarle in una veste nuova: abbiamo accorciato un po’ i testi delle canzoni, poi gli abbiamo dato un’interpretazione più veloce di quella originale, ed infine le abbiamo legate tra di loro con un motivo cantato che introduce la canzone che segue. E questo ha portato il disco ad un grandissimo successo, il disco la Ricordi lo ha pubblicato per diversi anni.

 

Com’è nata la collaborazione con il corvo Rockfeller? (1985)

La Cinevox voleva farci cantare ‘Corvo il pennuto furbo’ come sigla del programma di Pentathlon assieme al corvo Rockfeller, e alla fine ci hanno fatti incidere assieme a lui un intero album con canzoni nuove come ‘Svegliati Muchaco’, ‘Cara carogna cara’…

 

Parliamo di “Nillamix” (1986), l’album dove cantate assieme a Nilla Pizzi…

Nilla Pizzi lavorava per la Bebas Record, la casa discografica voleva fare un collage delle canzoni di Nilla Pizzi assieme a noi. Così abbiamo fatto i cori ai suoi più grandi successi come ‘Grazie dei fiori’, ‘Vola colomba’, ‘Papaveri e papere’ etc…e nel lato B del disco la Bebas voleva che ci fosse un album normale con canzoni inedite, ‘Ripa Ticinese’, ‘Vacanze all’italana’…

 

C’erano una volta i Beatles” (1986), com’è nato questo album?

Doveva essere l’ultimo lavoro dei cavalieri del Re prima che il gruppo si sciogliesse. Volevamo trovare qualcosa di nuovo che durasse nel tempo, ed abbiamo pensato di scegliere le loro più belle canzoni e di dargli una versione italiana per farli conoscere anche alle nuove generazioni.

 

I ragazzi cresciuti con le vostre canzoni hanno intrapreso tutti delle grandi carriere… dici che la vostra musica può avere in qualche modo influenzato…?

Non sappiamo che cosa dire. Ci ha fatto veramente tanto piacere vedere che anche a distanza di anni tantissima gente si ricorda ancora di noi. Abbiamo fatto il pienone qualche anno fa nei concerti di Lucca e a Venezia. Questo vuol dire che ci vogliono bene, che abbiamo lasciato dei bei ricordi.

 

Su You Tube tanti fan vi dedicano video e pubblicano tutto ciò che fate appena vi muovete… malati o esagerati?

Guarda, siamo sorpresi più di te, oltre che essere sbalorditi.

 

Album di Famiglia” è il vostro cd di inediti contenuto nella vostra Opera Omnia…

Qui cantiamo solo musica leggera italiana, tutti pezzi che abbiamo inciso negli anni ’80. Si possono ascoltare ‘Gente del circo’, ‘Luna Park’, ‘Messaggio d’amore’, ‘Illusao no samba’ (in brasiliano), ‘La fanciulla di Le Fort’, ‘La gallina brasiliana’ etc…

Comunque a questo nostro lavoro è allegato anche un libro per saperne di più.