ESCLUSIVO: DAL LIBRO “FRANCESCO” / QUANDO IL FUTURO PAPA SALVAVA VITE DURANTE LA TERRIBILE DITTATURA ARGENTINA


 Pap Francesco (613x800)

Sta incontrando interesse e grande attenzione la prima grande biografia illustrata su Papa Francesco, autore Roberto Alborghetti ed edita da Velar ed Elledici, con la prefazione del Cardinale Giovanni Battista Re. La pubblicazione – caratterizzata da un eccezionale apparato fotografico, con ben 340 immagini – porta il lettore “dentro” la vita straordinaria di Jorge Mario Bergoglio, a partire dalla storia della sua famiglia di origine italiana. Numerose le testimonianze inedite, con la ricostruzione di fatti e vicende che hanno segnato la vita del futuro Papa. Uno tra i capitoli più importanti – intitolato “Salvando vite negli anni della dittatura” – è dedicato al significativo ruolo avuto dall’allora padre Jorge Mario durante gli anni del terrore.

Per gentile concessione dell’Editrice Velar e dell’autore Roberto Alborghetti, siamo lieti di proporre in anteprima alcuni passi di questo capitolo, che per la prima volta fa luce sul ruolo avuto dal prete Bergoglio nel salvare vite umane durante gli anni terribili del regime dittatoriale di Videla. La documentazione completa è contenuta nel Capitolo 7 di “Francesco”, già in vendita on line e nelle migliori librerie.

Dal Capitolo 7 di “FRANCESCO”

di Roberto Alborghetti

Edizioni Velar-Elledici

2013

…Era un clima terrificante, da guerra civile, che imponeva cautela e prudenza, anche allo stesso padre Jorge Mario, cosciente che – in qualità di superiore provinciale – era responsabile della comunità religiosa e dei suoi singoli appartenenti. Bastavano un sospetto ed un’ombra di dubbio per essere considerati “sovversivi” e dunque subire il sequestro, la prigionia e le torture nella orrorifica Esma, la Escuela de Mecanica de la Armada, la scuola della Marina. Sono diverse le testimonianze che raccontano i gesti di coraggio compiuti dal Padre provinciale Bergoglio, per proteggere preti, seminaristi e gente qualsiasi.

Rivela padre Juan Carlos Scannone, già suo docente e poi confratello al Collegio Massimo di San Miguel: “Bergoglio fece molto per proteggere chiunque fosse minacciato dal regime. E non solo quando fu rettore a San Miguel. Per esempio, c’era un curato, un certo padre Di Paola che lavorava in un barrio malfamato di Buenos Aires, dove aveva salvato molti ragazzi dalla droga. Per questa ragione venne minacciato dai narcotrafficanti. Bergoglio lo mandò in una provincia lontana, per proteggerlo”.

Il giornalista argentino Jorge Joury, sul suo blog De Tapas, ha rilanciato la testimonianza dell’avvocato signora Alicia Oliveira, che sotto la dittatura denunciò gli arresti illeciti e venne radiata dalla sua carica di giudice. Attivista per i diritti umani, già componente del Centro Studi Sociali e Legali (un’organizzazione non governativa), l’avvocato Oliveira conobbe padre Bergoglio proprio in quegli anni, condividendo il comune sforzo di portare in salvo il maggior numero possibile di persone. Ha raccontato: “Jorge Mario ha prestato i suoi documenti personali e perfino la veste talare per permettere ad alcuni perseguitati per questioni politiche di oltrepassare la frontiera argentina. È stato un uomo che si è sempre messo in gioco per le cause più nobili e non ebbe timori nell’andare da Videla o da Massera per chiedere conto di alcuni desaparecidos. Bergoglio non esitò a mettersi in gioco con la sua stessa vita, che a quell’epoca occorreva invece tenersela ben stretta, per fare quello che egli fece”.

Un alunno di Bergoglio, fray Gonzalo Zervino, già in servizio pastorale nel sud della Bolivia tra gli aborigeni, poi ad Azul (provincia di Buenos Aires), successivamente nella Capitale federale presso la parrocchia dei Santi Sabino e Bonifacio, ora residente presso il Convento San Francesco, ad una cuadra dalla Plaza de Mayo, nel centro della Capitale, ha raccontato al sito El Norte en Movimiento, gli anni trascorsi al Colegio Máximo dove studiavano filosofia e teologia i futuri sacerdoti, tanto della Compagnia di Gesù come quelli degli altri ordini religiosi e del clero secolare. Zervino, entrato al Collegio Massimo nel marzo 1977, oltre a ricordare come il padre Provinciale Bergoglio, docente di teologia biblica, fosse sempre compartecipe delle varie esperienze formative e condividesse momenti de sana alegría y confraternidad, ha testualmente affermato: “Quelli erano anni molto duri e tragici, per l’Argentina e gli argentini. Eravamo tutti coscienti di ciò che stava accadendo. Per i corridoi e per i chiostri eravamo soliti vedere gente a noi sconosciuta. Erano persone perseguitate dal governo ed alle quali il padre Jorge, in qualità di Rettore del Collegio, aveva dato rifugio. Rischiando la sua stessa vita, aiutò anche tante altre persone a lasciare il Paese”.

Padre Bergoglio, come abbiamo già riferito, nascose nel Collegio Massimo anche due seminaristi che gli erano stati affidati personalmente dal vescovo di La Rioja, monsignor Enrique Angelelli. I particolari di quel fatto sono stati raccontati – ad un paio di siti argentini e anche a L’Osservatore Romano – dal già citato padre José Luis Vendramin, parroco a José Clemente Paz, una cittadina a quaranta chilometri da Buenos Aires, diocesi di San Miguel. Queste le dichiarazioni di padre Vendramin: “Bergoglio era allora provinciale dei Gesuiti di Argentina. Un ruolo importante. I due sacerdoti, padre Enrique Martínez e padre Miguel La Civita, erano lì, nel Colegio Máximo. E lui fece in modo di proteggerli, insomma di nasconderli. Il vescovo di La Rioja, monsignor Enrique Angelelli Carletti, inviso alla dittatura, era perseguitato per il suo impegno sociale a favore degli oppressi. Scelse di mandare i due, allora seminaristi, a studiare a Buenos Aires, immagino soprattutto per proteggerli, visto che pochi mesi dopo l’inizio della dittatura fu ammazzato. Angelelli sapeva di essere stato preso di mira dai militari. Il 4 agosto 1976, mentre si trovava alla guida di un’auto insieme a padre Arturo Pinto, di ritorno da una Messa appena celebrata, venne bloccato da un veicolo che aveva a bordo tre militari. La Fiat 125 sulla quale viaggiava venne fatta ribaltare. Le versioni ufficiali ovviamente dissero che si trattò di un incidente. Ma tutti sanno come andarono realmente le cose. Se i due seminaristi fossero restati a La Rioja, avrebbero sicuramente rischiato la vita anche loro. Furono in qualche modo protetti dalle mura gesuite del collegio Máximo, a San Miguel. Ma Bergoglio diede ospitalità anche a numerose altre persone, compresi alcuni laici. Diceva loro: venite pure qui, venite a fare un ritiro spirituale a San Miguel. E li ospitava nel collegio, che è molto grande e rappresentava, dunque, un ottimo rifugio”.

Uno di quei due preti ospitati in segreto da Bergoglio presso il Colegio Máximo, padre Miguel La Civita, verrà anche convocato dal Tribunale federale de La Rioja per testimoniare nel processo per l’assassinio dei sacerdoti Carlos Murias e Gabriel Longueville, omicidi sui quali il vescovo Enrique Angelleli aveva raccolto prove schiaccianti contro i sicari della giunta militare di Videla. Come diffuso dalla Telam, l’agenzia informativa statale, padre La Civita ha ricordato di essere stato minacciato e perseguitato in forma permanente, con telefonate minatorie e con il pedinamento continuo di un Ford Falcon verde “che era fermo fuori dalla parrocchia per tutto il giorno” e che lo seguiva in tutti gli spostamenti. Una situazione dalla quale ne uscì grazie al riparo offerto da padre Jorge Mario Bergoglio a San Miguel. Sull’esperienza vissuta al Collegio Massimo, don La Civita dichiarerà al Tribunale “di aver visto padre Bergoglio aiutare tanta gente ad uscire dal Paese in un momento in cui tanta gente era disperata. Ho visto personalmente che nel Collegio Massimo egli aveva nascosto gente alla quale egli preparava la documentazione necessaria per farla fuggire all’estero. Questo l’ho visto con i miei occhi”.

Insomma, anche padre Bergoglio rischiava grosso, come altri preti, “perché – come ammette padre Vendramin – erano tra i pochi a parlare di libertà in un momento in cui la libertà non esisteva”. E allora, massima allerta ed attenzione, soprattutto quando venivano “avvistati militari nei pressi del collegio”, su cui ovviamente gravavano dei forti sospetti da parte dei guardiani del regime. Proprio per non esporre le persone al rischio di essere arrestate ed imprigionate, Bergoglio si mosse con i piedi di piombo. “Ho conosciuto alcuni gesuiti che si erano rifiutati di mettersi in salvo sotto la dittatura, anche se Bergoglio aveva suggerito loro il contrario – ricorda ancora padre Vendramin –. Ma era un suggerimento di buon senso. Alcuni di coloro che non seguirono il suo consiglio furono presi e torturati per diversi mesi. Ora per questo c’è chi critica Bergoglio, asserendo che avesse legami con i militari. Ma anch’io allora conoscevo molti militari: a San Miguel ce n’erano tanti, era impossibile non avere qualche conoscente o amico tra di loro. Ma questo non significava nulla, anche perché noi preti dobbiamo avere rapporti con tutti”…

ROBERTO ALBORGHETTI

© VELAR

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