S.SEPOLCRO (AR): IN MOSTRA LE “VISIONS” DI LEONARDO DA VINCI, GENIO UNIVERSALE


E’ arrivata al Museo Civico di Sansepolcro, e vi rimarrà fino al 24 febbraio 2020, la mostra Leonardo da Vinci: Visions. Le sfide tecnologiche del genio universale, promossa dal Comune di Sansepolcro e allestita da Opera Laboratori Fiorentini-Civita.

Leonardo da Vinci: Visions è il risultato di un ampio percorso progettuale ideato dal Museo Galileo di Firenze diretto dal prof. Paolo Galluzzi e rappresenta la sintesi di tre mostre – Gli ingegneri del Rinascimento (1995), L’automobile di Leonardo (2004) e La mente di Leonardo (2006) – allestite in prestigiose sedi in Italia e nel mondo. Per il direttore del Museo Galileo: “questa mostra propone al visitatore un punto di vista diverso, invitando ad esplorare il modo di pensare di Leonardo e la sua concezione unitaria della conoscenza come sforzo di assimilare, con ardite sintesi teoriche e con geniali esperimenti, le leggi che governano tutte le meravigliose operazioni dell’uomo e della natura”.

La mostra, omaggio al grande genio in occasione del cinquecentesimo anniversario della sua morte, invita i visitatori a esplorare alcuni ambiziosi progetti di Leonardo, che ben illustrano la sua attitudine a cimentarsi con temi di inaudita complessità. Il volo, il conferire movimento a oggetti inanimati, il progetto della più grande statua equestre mai realizzata: sogni che fanno parte della storia dell’umanità da tempi remoti e prendono forma nei suoi disegni e nelle macchine da lui ideate. La mostra è un contributo alla conoscenza della genialità e della tenacia con cui Leonardo affrontava le più audaci sfide tecnologiche e artistiche.

Siamo orgogliosi di ospitare quella che sarà una mostra innovativa e inedita nel suo genere – dichiara il Sindaco Mauro Cornioli – questo evento rappresenta uno degli appuntamenti di un calendario ricco di iniziative di livello con il coinvolgimento di personalità e realtà associative di altissimo spessore legate alla figura Leonardo. La città di Sansepolcro sarà uno dei poli culturali di riferimento di questo Cinquecentenario, e ciò non può che renderci orgogliosi.”

Sognato dall’uomo fin dai tempi più antichi, il volo prende forma nei suoi studi e nelle macchine che ha disegnato. Leonardo si misura anche con l’idea di conferire il movimento a oggetti inanimati: il carro semovente e il leone meccanico sono eloquenti testimonianze dei risultati che egli raggiunse, dal potenziale fortemente innovativo. Infine, il progetto per la gigantesca statua equestre in bronzo in memoria di Francesco Sforza costituisce un’ulteriore prova dell’eccezionale intelligenza con cui affrontava le sfide più audaci.

Video di approfondimento e animazioni 3D realizzati dal Museo Galileo di Firenze fanno da corredo al percorso espositivo consentendo sia di approfondire i temi affrontati che di comprendere i principi che governano il funzionamento delle macchine esposte.

Un particolare ringraziamento va rivolto al Museo Leonardiano di Vinci e la sua Direttrice dott.ssa Roberta Barsanti per la collaborazione ai contenuti della sezione sull’Automobile e alla Banca Cambiano 1884 per l’importante prestito concesso. “Con questa mostra – commenta l’Assessore alla Cultura Gabriele Marconcini – il nostro museo si arricchisce di una sezione specificamente incentrata sulla sconfinata genialità del genio di Vinci. Siamo pertanto entusiasti perché grazie a questa proposta possiamo mettere in evidenza l’ostinata tendenza dell’uomo del Rinascimento a superare i limiti del suo tempo: una propensione che ha caratterizzato anche l’opera dei nostri due più illustri concittadini, Piero e Luca, che avevano precedentemente contribuito, in maniera decisiva, a ridefinire il paradigma culturale entro il quale poi Leonardo si esprimerà brillantemente.”

L’esposizione dall’alto valore scientifico ha il patrocinio del Comitato Nazionale per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci.

UFFIZI: LEONARDO AI RAGGI X. LE INCREDIBILI SCOPERTE SULL’OPERA DEL GRANDE GENIO


“[…] ed in quegli, a parte a parte, di brutti caratteri scrisse lettere, che son fatte con la mano mancina a rovescio; e chi non ha pratica non l’intende, perché non si leggono se non con lo specchio”. (Giorgio Vasari, Vita di Leonardo)

Leonardo da Vinci era ambidestro e scriveva e dipingeva con entrambe le mani: sia la sinistra, per lui la principale, sia la destra. La conferma, definitiva, di questa peculiare caratteristica arriva dalle analisi dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze sul Paesaggio noto come 8P (il suo numero d’inventario), considerato da molti il primo disegno noto dal grande artista e scienziato toscano e certamente il suo primo lavoro datato (5 agosto 1473). È da poco terminata la grande campagna diagnostica sull’opera, di proprietà delle Gallerie degli Uffizi: le indagini sono state effettuate in vista della trasferta che dal 15 aprile porterà, dopo oltre mezzo millennio, il Paesaggio nella terra natia di Leonardo, Vinci, dove sarà protagonista di “Alle origini del Genio”, mostra organizzata nell’ambito del Cinquecentenario della sua morte. Lo studio, durato numerose settimane, è stato condotto da un team di specialisti, anche attraverso l’utilizzo di tecniche e macchinari sperimentali, sotto la supervisione della storica dell’arte e funzionaria dell’Opificio, Cecilia Frosinini.

LA PROVA DELL’AMBIDESTRIA

Il documento contiene due scritte: una sul fronte, tracciata secondo la celebre stesura al contrario di Leonardo, da destra verso sinistra, “Dì di s[an]ta Maria della neve / addj 5 daghossto 1473” ed un’altra sul retro, vergata invece nel verso ordinario, da sinistra verso destra, “Io, Morando d’Antoni, sono chontento”, riconducibile ad un appunto, con l’abbozzo di una formula contrattuale. È dal confronto tra queste due frasi che si delinea la conferma all’ambidestria di Leonardo: innanzitutto entrambe risultano autografe, effettuate dall’artista di suo pugno (così come gli schizzi di una testa e di una figura umana tracciati sul retro), in quanto scritte con lo stesso inchiostro (utilizzato anche per realizzare la parte prevalente del Paesaggio). Una scrupolosa indagine calligrafica, svolta attraverso il paragone delle due scritte con svariati altri testi autografi di Leonardo ha fornito ulteriori prove in questo senso; complessivamente, lo studio combinato dei materiali, dei tratti tipici della sua scrittura ed il raffronto con altri documenti hanno dimostrato che l’artista vergò la scritta ‘a specchio’ sul fronte presumibilmente con la sinistra, mentre per quella sul retro, con verso ordinario, usò la destra. Entrambe le calligrafie, pur contenenti alcuni elementi grafici differenti, legati all’uso di mani diverse, sono però caratterizzate da numerosi tratti chiave in comune, inequivocabilmente riconducibili allo stile unico di Leonardo.

Leonardo nasce mancino, ma viene rieducato all’uso della mano destra fin da ragazzino”, spiega la storica dell’arte Cecilia Frosinini. “Dall’osservazione dei suoi scritti, incluso quello sul disegno, si capisce che la sua calligrafia da destro è colta, ben fatta; Leonardo sa adoperare bene questa mano. Quanto alla scrittura specchiata, con verso da destra a sinistra, è probabile che Leonardo stesso, da adulto, abbia scelto volontariamente di adottare questo stile originale”. 

UN SECONDO PAESAGGIO A NEROFUMO E DISEGNI ‘NASCOSTI’

La conferma dell’ambidestria del Genio di Vinci non è però l’unico aspetto svelato dalla complessa campagna diagnostica condotta dall’Opificio sul primo disegno di Leonardo. La possibilità di sottoporre ad analisi diretta il prezioso documento ha consentito di portare alla luce numerosi altri misteri dell’opera, impossibili da scoprire attraverso mere osservazioni fotografiche del Paesaggio. Tra questi, il pieno emergere, alla radiazione infrarossa, di due differenti stesure del paesaggio sul fronte; e di un simile processo anche sul retro, dove ci sono due paesaggi, uno sovrapposto all’altro, del tutto difformi da quello disegnato sul fronte. Raffigurano una scena fluviale, con al centro un corso d’acqua e due rive collegate da un ponte, e sulla sinistra una formazione di rocce aguzze e frastagliate. Leonardo aveva impostato questo scenario a nerofumo; successivamente ne sottolineò con l’inchiostro alcune forme, aggiungendo anche dei picchi montuosi.

L’utilizzo del nerofumo (verosimilmente in forma di pastello) per il foglio 8P testimonia che Leonardo usava questo materiale in un periodo precedente a quanto ritenuto fino ad oggi dagli studiosi. Altrettanto precoci sarebbero, se effettivamente riferibili al 1473, le numerose tracce di schizzi realizzate a sanguigna nella parte alta del foglio, sempre sul retro. I primi disegni a sanguigna di Leonardo infatti erano finora datati al 1492.

Dall’esame del retro affiorano, sotto il paesaggio fluviale in basso a sinistra e più in alto, alcuni disegni a punta di piombo, un fiore stilizzato (una rosetta) e alcuni motivi geometrici, che risultano particolarmente visibili all’infrarosso.

Il disegno ha poi rivelato alcune misteriose tracce solo incise, con uno stilo cosiddetto “cieco” o “acromo” (cioè che non lasciava tracce colorate, sia pure lievi, come quelle della punta di piombo): alcune sono identificabili, per esempio un cavallo sul retro del foglio. Altre ancora delineano una seconda catena montuosa, sul fronte; e infine ve ne sono alcune di incerto significato, sempre sul fronte, e potrebbero far pensare a impronte lasciate dalla sovrapposizione di un’altra carta e quindi, di nuovo, indirizzare verso una destinazione non nobile, ma di uso comune, del foglio.

Per svelare i segreti del Paesaggio 8P sono stati necessari molti esami (tutti ovviamente non invasivi) e l’impiego di svariate tecnologie e prototipi scientifici. Il disegno è stato sottoposto ai raggi infrarossi con un modello molto avanzato, in grado di acquisire 32 bande cromatiche diverse, ideato dal Cnr-Ino (Istituto nazionale di ottica). E’ stato usato anche un sistema innovativo di raggi X a fluorescenza, con illuminazione ad area anziché a punti localizzati come avveniva finora (in questo caso il prototipo è stato costruito dall’Istituto nazionale di fisica nucleare dell’Università di Firenze); ed un rilevatore portatile di materiali organici (messo a punto dal Cnr Ifac, Istituto di fisica applicata); oltre alle ‘classiche’ osservazioni al microscopio e all’utilizzo di fotodiagnostica ad elevatissima risoluzione, supportata dall’impiego di elaborazioni informatiche.

LA GENESI DELL’ OPERA

Questa articolata campagna di indagine ha permesso di ricostruire con precisione la genesi creativa (e di messa in opera) del leggendario Paesaggio. Per realizzarlo, Leonardo usò diversi strumenti e materiali: uno stilo di piombo che lasciava una traccia grigia sul foglio, sorta di lapis ante litteram, che è stato quello con cui Leonardo ha tracciato la ‘base’, la bozza dell’intero disegno.

Quindi, su questa bozza a punta metallica lavorò con l’inchiostro (contenente elementi di rame e nero fumo), probabilmente sovrapponendo al foglio anche uno strato di carta lucida, sulla quale aveva già composto parte del disegno, allo scopo di disegnare con precisione la ‘skyline’ del paesaggio stesso. Di questo passaggio in particolare, come metodo di lavoro, Leonardo parla anche nel suo Trattato di Pittura. Dipinse invece completamente a mano libera la vegetazione, la parte restante del terreno, delle montagne e delle acque. Dal punto di vista cronologico, il disegno sul fronte è stato fatto in due fasi: nella prima, Leonardo ha usato lo stilo, la carta lucida e un primo inchiostro. Il secondo intervento, individuabile perché realizzato con un secondo inchiostro, diverso per composizione chimica, in un momento successivo.

E “sarebbe possibile anche tentare una datazione realistica dei due diversi interventi, mettendo a confronto questi dati con quelli che potrebbero venire dall’analisi di inchiostri usati dall’artista per vergare documenti contenenti una data”, spiega ancora Cecilia Frosinini.

“Gli elementi emersi durante questa campagna di indagini – conclude il Direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidtaprono nuove prospettive sull’interpretazione del disegno 8P di Leonardo e su come l’artista ha ‘costruito’ il Paesaggio, sulla sua tecnica e perfino sulle sue abitudini e abilità nella scrittura, scoprendolo ambidestro: una vera e propria rivoluzione nell’ambito degli studi leonardeschi. In questi ultimi anni, la collaborazione tra le Gallerie degli Uffizi e l’Opificio delle Pietre Dure, un istituto di restauro e di indagini tecnologiche sulle opere d’arte che non ha eguali al mondo, ha permesso di condurre ricerche che hanno sempre portato nuovi risultati, a volte inaspettati specie quando si trattava di opere celeberrime e ormai apparentemente senza misteri. Ricordo il recente caso della Santa Caterina di Artemisia Gentileschi, sotto la quale si sono trovati altri due abbozzi di stesure. Ora è la volta del disegno di Leonardo, ma contiamo su molte altre importanti sorprese e scoperte nel corso dei prossimi anni.”

IL TEAM DELLA RICERCA

Le indagini svolte sul foglio sono state coordinate da Cecilia Frosinini e Letizia Montalbano (Opificio delle Pietre Dure); ed hanno visto l’impiego di fotografia nodale ad alta risoluzione in luce diffusa e in luce radente; fotografia nodale ad alta risoluzione in fluorescenza UV; fotografia nodale in luce trasmessa; riflettografia con Scanner Multispettrale VIS-NIR; rilievo 3D mediante microprofilometria laser a scansione; analisi tomografica (OCT, Optical Coherence Tomography) nel dominio spettrale (SD-OCT; spettrofotometria RAMAN; Fluorescenza X (XRF) a scansione; osservazione allo stereomicroscopio ottico.

La diverse campagne diagnostiche sono state eseguite da Roberto Bellucci (già Opificio delle Pietre Dure; associato CNR-INO, Consiglio Nazionale delle ricerche – Istituto Nazionale di Ottica); Raffaella Fontana, Marco Barucci, Alice Del Fovo, Enrico Pampaloni, Marco Raffaelli, Jana Striova; (CNR-INO, Consiglio Nazionale delle ricerche – Istituto Nazionale di Ottica); Chiara Ruberto, Pier Andrea Mandò e Francesco Taccetti Istituto Nazionale di Fisica Nucleare & Dipartimento di Fisica, Università di Firenze); Francesco Grazzi (CNR-IFAC, Consiglio Nazionale delle ricerche – Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara”); Isetta Tosini (Laboratorio Scientifico dell’Opificio delle Pietre Dure). L’Opificio delle Pietre Dure è diretto dal soprintendente Marco Ciatti.

IL REGALO DI NATALE “SOCIAL” DEGLI UFFIZI: LA MOSTRA VIRTUALE SULLA NATIVITÀ. DA VEDERE!


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Sul sito della Galleria capolavori di Leonardo, Gentile da Fabriano, Gherardo Delle Notti, Luca Giordano ed altri maestri.

www.uffizi.it/ipervisioni

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Un viaggio dentro il Natale, attraverso una raccolta di rappresentazioni pittoriche della Natività, scelte tra i capolavori custoditi dalle Gallerie degli Uffizi per essere protagoniste di una mostra virtuale donata al pubblico di tutto il mondo. È “Oggi è nato per voi un Salvatore”, iniziativa lanciata dal complesso museale fiorentino per celebrare all’insegna della grande arte la ricorrenza del 25 dicembre. Una iniziativa davvero “social”, potremmo dire citando il libro “Social o dis-social?” (Funtasy Editrice).  L’esposizione digitale, curata da Anna Bisceglia e dedicata al tema della nascita di Cristo è ora visitabile sul sito degli Uffizi (www.uffizi.it/ipervisioni): nel suo ambito vengono proposte le riproduzioni ad alta definizione di otto opere, corredate ognuna di schede esplicative (in italiano e inglese) che ne analizzano le tecniche e ne raccontano i contesti. Nel suo complesso, “Oggi è nato per voi un Salvatore” narra tre secoli di raffigurazione della Natività (uno dei soggetti più ricorrenti e apprezzati nella storia dell’arte), a partire dall’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano del 1423, passando per quella celeberrima e recentemente restaurata di Leonardo da Vinci e quelle di Hugo van Der Goes, Amico Aspertini, Albrecht Dürer, Gherardo delle Notti e Livio Mehus, fino ad arrivare alla versione tardo seicentesca di Luca Giordano (1683-85 circa). Un nucleo ristretto di opere ‘distillato’ con cura certosina da un patrimonio ben più ampio di Natività e Adorazioni di Magi: sono ben 311, infatti, le opere pittoriche raffiguranti tali soggetti, tra dipinti e disegni, presenti nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi.

Obiettivo della mostra virtuale natalizia degli Uffizi è dunque dare a tutti “una mappa di approfondimenti da sperimentare sul tema, per una visita più speciale del solito – spiega il direttore degli Uffizi Eike Schmidted anche offrire lo spunto per soffermarci tutti insieme su una immagine conosciutissima in tutto il mondo, una icona che ci stimola a riflettere in ultima analisi sul senso più profondo dell’uomo, al di là della sua condizione sociale, della provenienza o del colore della sua pelle”.

Natività ed Adorazione dei Magi, aggiunge la curatrice Bisceglia, “sono due fondamentali episodi evangelici scolpiti, incisi, miniati in mille diverse varianti, che assecondano il gusto del tempo in cui furono eseguite. Alcuni committenti vollero che questo tema ornasse pubblicamente le loro cappelle di famiglia nelle più importanti chiese delle città, o anche semplicemente le cappelle private nei loro palazzi o ville. Altri ancora preferivano dipinti o piccole sculture per le loro case“.

 

 

 

 

EVENTI / I MARMI DI HENRAUX: PERCORSO DI SCULTURE TRA LE VIE DI S.MINIATO


 

Marmi HerauX s.miniato

 

Saranno nove le sculture monumentali della Collezione Henraux e Fondazione Henraux che saranno installate nella Città di San Miniato dal 10 novembre 2018 al 7 gennaio 2019. Un percorso suggestivo di opere monumentali realizzate per la maggior parte con il Bianco del Monte Altissimo appositamente per la Fondazione Henraux. Un progetto espositivo che arricchisce ulteriormente la bellezza delle piazze e dei monumenti di San Miniato, incantevole città medievale toscana.

I Palazzi e i monumenti più importanti di San Miniato, caratterizzati dalle calde atmosfere delle pietre, dei mattoni e degli intonaci, accoglieranno il candore dei marmi in un contrasto suggestivo e unico per la toscana, che vede per la prima volta l’allestimento di una grande mostra d’arte contemporanea.

Il nucleo di sculture, scelte fra quelle della Collezione Henraux, sarà così distribuito: la piazza antistante Palazzo Grifoni ospiterà Arrivederci e Grazie di Fabio Viale; Bue tractor di Mattia Bosco; Materialità dell’invisibile di Mikayel Ohanjanyan e Il canotto di Kim De Ruysscher. All’ingresso del Palazzo Comunale sarà installata Frappa di Francesca Pasquali, mentre Moby Dick (Vertebra) di Daniele Guidugli è allestita nell’Oratorio del Loretino. La Piazza del Duomo accoglierà due colonne di Park Eun Sun, artista coreano di fama internazionale che ha scelto la Toscana come luogo d’elezione per vivere e lavorare. Helidon Xhixha vive e lavora a Dubai, le sue sculture sono esposte e apprezzate in tutto il mondo, a San Miniato verrà installata una doppia opera monumentale all’ingresso del Giardino Bucalossi.

L’iniziativa nasce su invito del Sindaco di San Miniato e del Presidente della Fondazione San Miniato Promozione. Paolo Carli, Presidente di Henraux Spa e Fondazione Henraux ha aderito con entusiasmo all’invito della Città di San Miniato: “la nostra collezione si compone di opere realizzate da artisti di fama internazionale con cui l’azienda collabora, o sono il frutto delle iniziative della Fondazione, VolareArte e il Premio Internazionale di scultura dedicato a Erminio Cidonio.  A San Miniato si potranno ammirare sculture di artisti di fama internazionale come Park Eun Sun e Helidon Xhixha. A loro si affiancano Fabio Viale, Mattia Bosco, Mikayel Ohanjanyan, Kim De Ruysscher, Francesca Pasquali e Daniele Guidugli, tutti artisti che hanno partecipato al nostro Premio, rivelatosi per alcuni di loro, oggi molto apprezzati dalla stampa e dalla critica,  un vero e proprio trampolino di lancio. Per queste ragioni sono particolarmente orgoglioso di presentare a San Miniato il frutto dell’attività della nostra Fondazione, e anche della nostra azienda che da sempre è sinonimo di marmo”.

Henraux nasce nel 1821 ma la sua storia affonda le radici nel divino Michelangelo, la strada per le Cave Cervaiole, di proprietà di Henraux e da cui si estrae il prezioso Bianco dell’Altissimo, fu aperta proprio dal Buonarroti, che si recò a Seravezza alla ricerca dei marmi più pregiati per costruire la tomba di papa Giulio II.

L’iniziativa è resa possibile grazie al contributo di TENAX, da sempre attivamente vicina ai progetti della Fondazione Henraux.

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“GUBBIO AL TEMPO DI GIOTTO”: IN VIAGGIO TRA CAPOLAVORI E TESORI D’ARTE


 

La città di Gubbio conserva intatto il suo splendido aspetto medievale, con le chiese e i palazzi in pietra che spiccano contro il verde dell’Appennino. È ancora la città del tempo di Dante e di Oderisi da Gubbio, il miniatore che il sommo poeta incontra tra i superbi in Purgatorio e al quale dedica versi importanti, che sanciscono l’inizio di un’età moderna che si manifesta proprio con la poesia di Dante e l’arte di Giotto.

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi”, vuol restituire l’immagine di una città di media grandezza ma di rilievo politico e culturale nel panorama italiano a cavallo tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, esponendone il patrimonio figurativo sia civile che religioso. Per l’occasione ha restaurato dipinti nascosti dalla polvere dei secoli, riconsegnando a Gubbio opere disperse nel corso della storia, riunendo quadri degli stessi pittori eugubini destinati ad altre città dell’Umbria, chiamando importanti prestiti dall’estero.

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, “Guiduccio Palmerucci”, Mello da Gubbio e il Maestro di Figline.

Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta “Maniera Greca”, da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città.

A “Guiduccio Palmerucci”, oggi nome di convenzione, si attribuiscono ancora rapinosi polittici. Mello da Gubbio scrisse il proprio nome ai piedi di una Madonna dal volto pieno e giulivo come le Madonne di Ambrogio Lorenzetti nella città di Siena. Il Maestro di Figline, che dipinse le vetrate per il San Francesco ad Assisi, poi il grande Crocifisso nella chiesa di Santa Croce a Firenze, è probabile che avesse lasciato a Gubbio uno straordinario polittico nella chiesa di San Francesco, che possiamo di nuovo ammirare in questa mostra grazie agli odierni proprietari che ne hanno concesso per la prima volta il prestito.

La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d’arte nella terra di Oderisi” è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

Curata da Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, la mostra è promossa dal Comune di Gubbio, dal Polo Museale dell’Umbria, dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, dalla Chiesa Eugubina e dalla Regione Umbria.

L’organizzazione è affidata a Civita Mostre in collaborazione con Gubbio Cultura e Multiservizi e Associazione Culturale La Medusa. Partner dell’iniziativa è il Festival del Medioevo, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e con l’importante contributo della BCC Umbria.

Nella sede di palazzo Ducale è disponibile a noleggio una audioguida della mostra. Il catalogo è pubblicato da Fabrizio Fabbri Editore-Perugia. La mostra è accessibile con un biglietto unico che consente di visitare le tre sezioni espositive ma anche le tre sedi museali nel loro insieme, il Palazzo dei Consoli, il Museo Diocesano e il Palazzo Ducale, creando così uno straordinario circuito cittadino che raccoglie le opere presenti nel territorio e quelle che da tempo sono disperse, ricostruendo le vicende storiche e il patrimonio artistico di Gubbio nell’età comunale.

 

 

Orari                                                              Dal lunedì alla domenica dalle ore 10.00 alle 19.00
(le biglietterie chiudono alle ore 18.00)

Aperta il 15 agosto e il 1 novembre 2018

 

Biglietto                                                       Intero 12,00 €

Ridotto 10,00 € per gruppi (min. 15 persone), residenti, titolari di apposite convenzioni

Ridotto speciale 6,00 € scuole e ragazzi da 7 a 25 anni

Biglietto famiglia 10,00 € per adulto + 5,00 € per bambino dai 6 ai 14 anni compiuti

(valido per famiglie composte da 1 o 2 adulti + bambini dai 6 ai 14 anni compiuti)

Open 13,00 € valido per un ingresso in qualunque giorno e orario dal 7 luglio al 4 novembre 2018

Gratuito per minori di 6 anni, docenti accompagnatori, disabili + accompagnatore, giornalisti accreditati, guide turistiche con patentino

 

Prevendita                                                  1,00 € a persona

 

Info e prenotazioni mostra                     Tel.0632810967

@ gruppiescuole@tosc.it

www.gubbioaltempodigiotto.it

 

PIENZA (SI) CELEBRA I 50 ANNI DEL FILM “ROMEO E GIULIETTA” DI FRANCO ZEFFIRELLI


WHAT IS A YOUTH? Romeo & Giulietta di Franco Zeffirelli, Palazzo Piccolomini – Pienza (SI) 28 luglio 2018 – 6 gennaio 2019

Il 28 luglio si apre in Palazzo Piccolomini a Pienza una mostra per il cinquantesimo anniversario del celeberrimo film Romeo & Giulietta, diretto da Franco Zeffirelli, girato nella città di Pio II nel 1968, prevalentemente negli interni del palazzo che nella finzione è casa Capuleti, dove i due giovani protagonisti, Giulietta e Romeo, si incontrano per la prima volta a una festa da ballo.

WHAT IS A YOUTH? è il titolo della canzone che, nella ricostruzione della tragedia shakespeariana voluta dal geniale regista toscano, risuona all’interno del cortile del palazzo durante il ballo. La musica venne composta da Nino Rota, mentre il testo italiano fu scritto da Elsa Morante. La mostra, oltre a ricordare l’anniversario dell’uscita del film, intende porre l’attenzione sugli usi e i costumi della casa del Rinascimento, così come risulta bene evidente dalla finzione cinematografica di Franco Zeffirelli: non a caso, per girare le scene del film, il regista scelse Palazzo Piccolomini, non solo per il suo carattere monumentale, ma anche per la sua autenticità conservativa di dimora rinascimentale.

Il percorso della mostra parte dal cortile, costituito da un loggiato a tre arcate, e dal giardino pensile, proseguendo al piano nobile del Palazzo: sala d’ingresso, sala da pranzo, sala della musica, camera di Pio II e biblioteca. Le foto di set e le foto di scena, messe a disposizione dalla Fondazione Zeffirelli, saranno disposte nelle sale dove sono state scattate, in modo da far rivivere gli ambienti come se i personaggi del film si muovessero negli interni e li animassero di nuovo, offrendo al visitatore uno spaccato ancora più autentico della vita quotidiana del Rinascimento, così magistralmente ricostruita dal regista.

Insieme alle foto saranno esposti nelle sale anche i costumi di scena realizzati da Danilo Donati e vincitori nel 1969 del premio Oscar, oggi proprietà della Fondazione Cerratelli. Si avrà quindi la possibilità di ammirare da vicino dei capolavori di alta sartoria cinematografica all’interno dell’ambiente per cui sono stati concepiti. L’esposizione è promossa dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni Onlus, che ha la cura per la valorizzazione del Palazzo Piccolomini e dalla Fondazione Zeffirelli, prodotta e gestita da Opera-Civita.

Nelle celebrazioni è stato coinvolto il Comune di Pienza che, a sua volta, ha chiamato a raccolta le altre città dove è stato girato il film, Gubbio e Tuscania, dove sarà allestita, anche in questo caso, una mostra con materiale messo a disposizione dall’archivio della Fondazione Zeffirelli. Vittorio Carnesecchi, Rettore Società di Esecutori di Pie Disposizioni, Fabrizio Fè, Sindaco di Pienza e Giuseppe Costa, Presidente e Amministratore Delegato di Opera-Civita inaugureranno, il 27 luglio alle ore 18,00, la mostra a Palazzo Piccolomini.

INFORMAZIONI 

Il biglietto di ingresso comprende la visita guidata con l’audioguida al Palazzo Piccolomini e al giardino rinascimentale quali sede di mostra. Le visite iniziano alle ore 10.30 e sono effettuate ogni 30 minuti

Biglietti, € 7,00 intero, € 5,00 ridotto

Prezzo speciale € 3,50 ad alunno per scolaresche prenotate

Riduzioni Gruppi (da minimo 15 a massimo 25 persone);

Ingresso gratuito StudentiBambini fino a 5 anni, persone diversamente abili

Orari 

15 marzo – 15 ottobre – Da martedì a domenica 10,00-18,30 (ultimo ingresso ore 18,00)

16 ottobre – 15 novembre, 1 dicembre – 6 gennaio – Da martedì a domenica 10,00-16,30 (ultimo ingresso ore 16,00)

Chiusura del Palazzo dal 16 Novembre al 30 Novembre

Info e prenotazioni: call center 0577 286300

info@palazzopiccolominipienza.it

www.palazzopiccolominipienza.it

FIRENZE: AGLI “UFFIZI” LA NUOVA (SPLENDIDA) SALA DEDICATA A LEONARDO DA VINCI


Sala 35 -Nuova sal di leonardo 4 (800x601)Sala 35 - Nuova sala di Leonardo 1immagine durante l'allestimento1 (800x601)Fig. 1

Dopo il riallestimento delle opere di Caravaggio e del ‘600, a febbraio, e della sala di Michelangelo e Raffaello, dello scorso mese, ieri è stata inaugurata agli Uffizi quella dedicata a Leonardo da Vinci. Era il 1504 e a Firenze giunge Raffaello Sanzio, giovanissimo, ma già eccelso, secondo il racconto vasariano richiamato dalla fama dei cartoni di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, quelli preparati in vista della decorazione della Sala Grande di Palazzo Vecchio con la Battaglia di Anghiari e la Battaglia di Cascina. Si era dunque, in quel momento, davanti ad una concentrazione di geni assoluti, quale mai più si verificherà nella storia della città.

Leonardo era tornato nel 1503, dopo un’assenza ventennale in cui era stato al servizio di Ludovico il Moro a Milano. Ma a Firenze aveva cominciato i suoi studi, presso la bottega del Verrocchio e proprio le opere della sua giovinezza, dai primi passi autonomi nel mondo dell’arte al momento della partenza, sono custodite agli Uffizi.

Sarà ora possibile ammirarle nella nuova collocazione, nella sala 35 dell’ala di ponente degli Uffizi, in omaggio ad un ritrovato rispetto per il principio narrativo cronologico della Galleria. Infatti adesso la Sala di Leonardo precede quella dedicata, appunto, a Michelangelo e Raffaello. I tre dipinti in essa ospitati furono eseguiti per edifici di culto e per questo motivo, nel nuovo allestimento, è stato scelto di dipingere i muri di questa stanza a spatola, ripetendo la tecnica antica, in un colore grigio pallido che rievoca le pareti delle chiese dell’epoca. Le opere sono state inserite, come è stato fatto negli ultimi allestimenti delle sale di Caravaggio e del ‘600 e di Michelangelo e Raffaello, in teche che garantiscono una situazione microclimatica ottimale, riducendo al minimo l’impatto del calore e dell’umidità prodotti dall’ingente flusso turistico. Inoltre le teche sono chiuse da speciali vetri che annullano gli effetti di rifrazione della luce, a tutto vantaggio dei visitatori che potranno ammirare le opere senza l’interposizione di barriere apparenti.

Entrando a sinistra è il Battesimo di Cristo, eseguito per la chiesa di San Salvi nel 1475-78, anni in cui l’artista ancora collaborava con il Verrocchio: l’opera testimonia sia le divisioni dei compiti all’interno delle botteghe, sia il salto stilistico e tecnico tra il maestro e l’allievo. Leonardo, infatti, per le parti da lui eseguite si avvalse della pittura a olio, molto più adatta ad ottenere gli effetti di sfumato per cui diventerà poi celebre. Al solo Leonardo si deve l’elegantissimo angelo di profilo che regge la veste di Cristo, tanto sublime da far nascere la leggenda (riportata da Vasari) secondo cui Verrocchio, sopraffatto dalla superiorità di Leonardo, da lì in poi abbandonò per sempre la pittura.

Sulla parete di fronte è esposta l’Annunciazione, proveniente dalla chiesa di Monteoliveto, con un angelo così reale e materiale da proiettare la propria ombra sul prato fiorito, mentre atterra, chiudendo le ali, chiaramente studiate dal vero su quelle degli uccelli. Sullo sfondo, un paesaggio di mare e montagne in cui la simbologia mariana si traduce in una prova tra le più alte dell’artista sulla resa atmosferica dei “lontani”.

Al centro della sala si ammira l’Adorazione dei Magi, commissionata dai canonici regolari agostiniani per la chiesa di San Donato a Scopeto, e lasciata incompiuta al momento in cui Leonardo partì per Milano, nel 1482. Restaurata recentemente dall’Opificio delle Pietre Dure, grazie al finanziamento degli Amici degli Uffizi, con un lavoro di oltre cinque anni che rimarrà alla storia anche per le innovazioni metodologiche adottate e per gli straordinari risultati ottenuti, la pala è come una grandissima pagina di appunti, con alcuni brani più avanzati, altri appena accennati, tanto che guardandola pare quasi di partecipare al processo creativo di Leonardo stesso. Questo miracolo di immedesimazione sarà ora possibile per tutti i visitatori, che possono fermarsi a inseguire con gli occhi, sulla superficie, la ricchezza di idee, dettagli, episodi.

“Il nuovo allestimento – sottolinea Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi – non solo è studiato per permettere un tipo di visita lenta, meditata, in cui il visitatore può confrontare le opere e capire l’evoluzione stilistica di Leonardo giovane, ma rende anche giustizia alla storia dell’arte, collocando le opere dell’artista immediatamente dopo le sale dedicate al ‘400 fiorentino. Essa fa parte di una serie di cambiamenti messi in atto per adeguare gli Uffizi alle necessità di comprensione del pubblico e ai primari principi educativi cui il museo è improntato”.

Maria Vittoria Rimbotti Colonna, presidente delle associazioni Amici degli Uffizi e Friends of the Uffizi afferma con legittimo orgoglio: “Questa nuova sala segna il culmine nella storia della nostra associazione. Per gli Amici degli Uffizi aver potuto collaborare al restauro del capolavoro di Leonardo da Vinci e al riallestimento della sala, insieme ai Friends, è stata un’esperienza ricca di grandi emozioni e di scoperte. Non sempre dei donatori privati possono avere il privilegio di accedere ad imprese così stimolanti, accanto ad opere d’arte di tale rilievo e importanza. Siamo quindi fieri di aver condiviso un traguardo così prestigioso con la nostra Galleria e di aver realizzato quello che è il massimo desiderio di ogni mecenate”.

 

FIRENZE: L’ARTE DI ANDARE A CAVALLO IN MOSTRA AL GIARDINO DI BOBOLI


Il cavallo figura fra gli ultimi animali ad essere addomesticati. Solo sul finire del IV millennio a.C., nelle steppe dell’Asia centrale, per la prima volta il cavallo cessò di essere semplicemente una preda da carne per intrecciare sempre più strettamente il suo destino con quello dell’uomo.

La mostra, a cura di Lorenza Camin e Fabrizio Paolucci e ospitata nella settecentesca Limonaia del Giardino di Boboli a Firenze dal 26 giugno al 14 ottobre, vuole raccontare proprio questo antico rapporto con una selezione di oggetti che, spesso trascurati nell’esposizioni museali a vantaggio di opere più appariscenti, sono invece in grado di narrare le mille sfaccettature di una relazione che coinvolgeva ogni aspetto della vita quotidiana.

“Quale sia stato il luogo in cui sia nata e sviluppata la domesticazione del cavallo è ancor oggi uno degli argomenti di più acceso dibattito nella letteratura scientifica. Sembrerebbe, però, del tutto illogico immaginare che il cavallo abbia iniziato la sua millenaria storia di convivenza con l’uomo in un luogo diverso da quello dell’Europa orientale e delle steppe euroasiatiche” scrivono Camin e Paolucci sul catalogo edito da Sillabe.

Strumenti necessari al controllo dell’animale (morsi, filetti, speroni, staffe etc.) sono esposti in mostra accanto a una serie di opere scelte per illustrare, nel modo più diretto e realistico, il ruolo primario che il cavallo ebbe nel mondo antico.  I reperti presenti, quasi un centinaio, provengono da decine di musei italiani e stranieri e illustrano un arco di tempo di oltre duemila anni, dalla prima Età del Ferro sino al Tardo Medioevo. Il percorso, incentrato soprattutto sul mondo italico, è articolato in cinque sezioni, ognuna delle quali è dedicata a un particolare momento storico: la Preistoria, il mondo greco e magno greco, il mondo etrusco e venetico, l’epoca romana e il Medioevo.

Fra i numerosi reperti che, per la prima volta, saranno restituiti alla curiosità del pubblico figura il carro di Populonia. Questo rarissimo esempio di calesse etrusco, rinvenuto alla metà del XX secolo nella cosiddetta Fossa della Biga, è stato ricomposto a seguito del recente intervento di restauro, eseguito proprio in occasione di questa mostra. L’opera, realizzata in legno, ferro e bronzo e databile agli inizi di V secolo a.C., costituiva un veicolo ad andatura lenta destinato al trasporto di personaggi di alto rango.

Di particolare suggestione sono anche due crani equini rinvenuti durante gli scavi della necropoli occidentale di Himera e oggi conservati presso il Museo Pirro Marconi del Parco Archeologico di Himera. Nel 480 a.C., a Himera, i Siracusani sconfissero i Cartaginesi in un violento scontro che portò alla morte di centinaia di soldati e cavalieri. In prossimità del luogo della battaglia sono state rinvenute fosse comuni e tombe destinate ai corpi dei caduti, affiancate da sepolture equine. Il loro rinvenimento risulta straordinario: infatti, nel V secolo a.C. sono assai rare le attestazioni di sepolture equine nel mondo greco e magno greco, ma la risonanza dell’evento fece sì che i soldati e i loro cavalli fossero oggetto di particolari onorificenze.

Vera e propria sintesi del rapporto fra uomo e cavallo può essere considerata la kylix attica a figure rosse con Atena e il cavallo di Troia, oggi conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’esemplare, dipinto dal Pittore di Sabouroff, attivo tra il 470-460 e il 440-430 a.C., presenta sul tondo interno la raffigurazione della dea Atena seduta su trono, intenta ad accarezzare un cavallo di grandiose dimensioni.

A questi reperti se ne aggiungono molti altri che affrontano i più diversi aspetti del rapporto fra uomo e cavallo. Nel lavoro quotidiano (esemplificato in mostra da un rarissimo giogo ligneo dai relitti delle navi di Pisa) come nel gioco, nella guerra come nelle celebrazioni religiose i destrieri furono sempre una presenza costante al fianco dell’uomo. Ultimo fra gli animali addomesticati, il cavallo seppe infatti strappare un ruolo di primo piano nell’arte, nella società e nella letteratura del mondo antico grazie alla sua innata bellezza e nobiltà che, inevitabilmente, finivano con l’irradiarsi anche al suo cavaliere.

Come sintetizza efficacemente Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, “l’intero concetto di questa mostra sembra contenuto in una delle opere che vi sono esposte, una splendida coppia di frontali in bronzo e avorio, del IV secolo a. C., destinati a proteggere il muso del cavallo… Cavallo e cavaliere diventano una cosa sola. Dal Paleolitico a tutto il Cinquecento, la rassegna di fatto indaga questo rapporto, di un’attualità spesso insospettata, e che attraversa tutta la nostra storia”.

La multivisione “A cavallo del tempo”, ideata e diretta da Gianmarco D’Agostino, completa il percorso espositivo con proiezioni di circa 300 metri quadri. La corrispondenza visiva tra opere in mostra e immagini dal vero, insieme a una colonna sonora immersiva, arricchisce il viaggio alla scoperta dell’amicizia attraverso i secoli tra uomo e cavallo. Il catalogo della mostra è edito da Sillabe.

FIRENZE: TESORI DA “MILLE E UNA NOTTE” IN MOSTRA AGLI UFFIZI E AL BARGELLO


La giraffa che il Sultano d’Egitto Qayt Bay inviò in dono a Lorenzo il Magnifico nel 1487, e che testimoniava i buoni rapporti che intercorrevano fra la corte dei Medici e il mondo islamico, ebbe purtroppo vita breve: seppure tenuta in stalle speciali fatte appositamente costruire nella villa di Poggio a Caiano e in via della Scala, a Firenze, si incastrò con la testa fra le travi del soffitto e morì, spezzandosi l’osso del collo, meno di due mesi dopo. Animale praticamente sconosciuto nella Firenze di allora, fu celebrato in pittura da artisti come  Francesco BotticiniGiorgio VasariBachiaccaPiero di Cosimo. Quella impagliata che vedremo agli Uffizi , proveniente dal museo di storia naturale de La Specola, nell’ambito della grande mostra “Islam e Firenze. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento” è invece quella che il Vicerè d’Egitto donò al Granduca Leopoldo II negli anni 30 del XIX secolo.

Animali esotici a parte si tratta di una sontuosa rassegna di arte islamica, curata da Giovanni Curatola e organizzata dagli Uffizi con il Museo Nazionale del Bargello, altra sede espositiva. È un’occasione unica per scoprire conoscenze, scambi, dialoghi e influenze tra le arti di Occidente e Oriente. Per oltre due anni un comitato scientifico internazionale ha lavorato intensamente alla selezione delle opere e al catalogo della mostra, con saggi ricchi di indagini scientifiche e storiche che mettono in chiaro il ruolo importantissimo di Firenze negli scambi interreligiosi e interculturali tra il Quattrocento e il primo Novecento. Secondo Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, “la mostra mette in evidenza non solo gli interessi per la cultura islamica ben radicati già nel collezionismo mediceo, e continuati fino in epoca moderna, ma testimonia anche la fascinazione estetica per l’Oriente che, senza pregiudizi, ha sempre permeato l’arte europea. E inoltre porta alla nostra attenzione l’importanza fondamentale degli scambi commerciali, ma soprattutto intellettuali e umani, nel bacino mediterraneo e oltre, come mezzo di arricchimento e di pace ”.

Per D’Agostino, il Direttore dei Musei del Bargello, “la rassegna è importante non soltanto per capire il ruolo dei Medici e di Firenze nei rapporti con il vicino e lontano Oriente nel Rinascimento e oltre, ma anche per svelare al pubblico il ruolo fondamentale che la città gigliata ebbe alla fine dell’Ottocento negli scambi intellettuali e collezionistici italiani e stranieri e nella creazione di nuclei museali di arte islamica e di eccellenza museografica, tra cui quello del Museo Nazionale del Bargello è a tutt’oggi uno dei più importanti in Italia”.

Protagonista di questa iniziativa congiunta tra Bargello e Uffizi è dunque l’arte islamica con i suoi straordinari tappeti, i “mesci roba” e vasi “all’azzimina”  ovvero ageminati (tecnica di lavorazione dei metalli per ottenere una decorazione policroma), i vetri smaltati, i cristalli di rocca, gli avori, le ceramiche a lustro: queste ultime in verità provenienti dall’Islam Occidentale, la Spagna, e da noi chiamate majolica dall’ultimo porto di partenza, Majorca. A Firenze si conserva un nucleo importantissimo di arte islamica, quasi 3.300 opere donate nel 1889 dall’antiquario lionese Louis Carrand al Museo Nazionale del Bargello, già allora tra i principali musei d’Europa. La sala islamica al Bargello fu allestita nel 1982 da Marco Spallanzani e da Giovanni Curatola, su impulso di Paola Barocchi e dell’allora direttrice, Giovanna Gaeta Bertelà, che hanno posto il meglio dell’Islam in relazione con Donatello e i capolavori della statuaria del Rinascimento.

La mostra – con le due espositive al Bargello e agli Uffizi – illustra un periodo fondamentale di ricerca, collezionismo e allestimenti. Un percorso spettacolare, vario, e affascinante attraverso secoli di scambi e contaminazioni culturali, arricchito anche da prestiti provenienti da importanti musei italiani e stranieri. I due musei fiorentini per la prima volta offrono la possibilità di acquistare un biglietto combinato per € 29, ridotto €14.50, valido tre giorni che consentirà di visitare gli Uffizi, il Bargello la mostra Firenze e l’Islam. Arte e collezionismo dai Medici al Novecento, e con accesso anche al Museo Archeologico di Firenze. La mostra è in concomitanza e in collaborazione con l’esposizione “Il Montefeltro e l’Oriente Islamico” della Galleria Nazionale delle Marche. A chi volesse partecipare alla conferenza stampa delle ore 12.30 a Urbino verrà offerto un servizio shuttle venerdì 22 giugno alle ore 8,30. Partenza da Firenze con rientro in serata (per informazioni e prenotazioni si prega cortesemente di inviare una mail all’indirizzo: galleria@gallerianazionalemarche.it).

LA “MOSTRA DIFFUSA” SUL ‘500: 50 TAPPE IN ROMAGNA TRA MARE E ENTROTERRA


 

Parte idealmente dall’esposizione “L’eterno e il tempo tra Michelangelo e Caravaggio“, appena inaugurata ai Musei di San Domenico di Forlì, la mostra diffusa alla scoperta delle emergenze culturali del tardo ‘500 in Romagna – Da Rimini a Premilcuore, da Cervia a Modigliana, 25 le località protagoniste, con una cinquantina di tappe per ammirare ceramiche, dipinti, sculture, rocche, pievi e chiese, realizzate tra il Rinascimento e l’Epoca Barocca – Speciali pacchetti soggiorno con itinerari, realizzati da Cervia Turismo per gli albergatori di Confcommercio Cervia, per un’esperienza a 360 gradi tra arte, enogastronomia, artigianato e natura – Campagna di comunicazione social su Twitter e Instagram (rispettivamente con gli account @cerviaArtH e @CerviaArtH)

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Da “L’Eterno e il Tempo tra Michelangelo e Caravaggio”, la mostra ospitata ai Musei di San Domenico di Forlì, alle tante emergenze culturali del tardo ‘500 sparse in Romagna, tra la riviera e l’entroterra: nasce un’originale “mostra diffusa” che coinvolge fino a giugno 25 località con una cinquantina di tappe, per ammirare dipinti, sculture, ceramiche, pievi, rocche, chiese datati tra la prima metà del Rinascimento e l’avvento del Barocco. Ma non solo.

Un’occasione unica, che grazie agli speciali pacchetti soggiorno all inclusive messi a punto dalla Società di Promozione Cervia Turismo per gli albergatori di Confcommercio Cervia e alla sinergia tra i territori, permette un’esperienza che spazia da arte e cultura all’artigianato artistico e all’enogastronomia tipica, passando per il fascino del mare, le magiche atmosfere degli antichi borghi dell’entroterra romagnolo, l’immaginario di Federico Fellini e Tonino Guerra, la storia universale della maiolica (al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza), “gioielli” Unesco come la Biblioteca Malatestiana di Cesena, la storia della Civiltà del Sale cervese e tanto altro ancora. Previste formule da 2 a 5 pernottamenti, con itinerari ad hoc, individuali e di gruppo, che offrono l’opportunità di scoprire innanzitutto quanto fu realizzato in Romagna nel “secolo d’oro” dell’arte idealmente intercorso tra il Sacco di Roma (1527) e la morte di Caravaggio (1610).

Ecco ad esempio le opere di Cagnacci, Guercino, Palmezzano ospitate nella Pinacoteca di Forlì, Terra del Sole città ideale del Rinascimento (col Palazzo Pretorio e la Chiesa di Santa Reparata), le splendide rocche di Bertinoro, Forlimpopoli, Predappio, Cesena e Mondaino, le opere di Andrea Della Robbia, Donatello, Ghirlandaio ospitate nella Basilica di Santa Maria Assunta a Bagno di Romagna. E ancora il Tempio Malatestiano di Rimini, a firma di Leon Battista Alberti (con all’interno le opere di Piero della Francesca e Giotto) e, sempre nel riminese, la Chiesa della Madonna della Colonnella (primo dei grandi santuari mariani del ‘500) e la Madonna col Bambino di Guido Cagnacci a Palazzo Cenci a Santarcangelo, passando per il Duomo rinascimentale di Giuliano da Maiano a Faenza e, nel forlivese, la tavola cinquecentesca della Madonna nella Pieve di Santa Maria dei Miracoli, a Pianetto, e i preziosi tomi della Biblioteca Panciatichi custoditi a palazzo Fantini a Tredozio. E, tra una visita e l’altra, si prende un aperitivo vista mare, si assiste all’antica pratica della stampa a ruggine, si gusta la tradizionale tagliatella al ragù in un’osteria dell’entroterra o ci si rilassa alle terme con un massaggio. Sull’esempio di Confcommercio Cervia, anche altri consorzi (Promhotels Riccione e Romagna Fulltime) stanno predisponendo pacchetti soggiorno dedicati alla “mostra diffusa”.

«Un’esperienza di vacanza innovativa per la sua capacità di integrare diversi prodotti tematici e una grande opportunità per valorizzare il sistema territoriale –dichiara l’Assessore al Turismo Regionale Andrea Corsini– Fare turismo oggi richiede nuovi modelli propositivi, le Destinazioni d’Area Vasta ne sono l’espressione: da un lato ci consentono di comporre un’offerta trasversale ed ampliare la fascia di mercato a cui ci rivolgiamo, dall’altro di sviluppare economia turistica anche nei periodi di minor concentrazione dei flussi»

«Rimini e la Romagna –sottolinea Andrea Gnassi, Presidente della Destinazione turistica Romagna- stanno lavorando costantemente per affermarsi come grande culla d’arte italiana, densa di fascino e di storia, dalla costa all’entroterra. Ariminum romana, comune medievale, città dei Malatesta, centro terapeutico con i primi stabilimenti nell’Ottocento e con il teatro inaugurato da Verdi, città della memoria di Federico Fellini nel ‘900. Un patrimonio d’arte unico al mondo, uno spaccato di storia dell’arte italiana, in dialogo e in sinergia con i Malatesta, i Montefeltro, i mosaici di Ravenna, gli estensi e Michelangelo Antonioni a Ferrara: uno straordinario e unico al mondo giacimento di arte, storia, bellezza, ambiente in un’area geografica di 100 chilometri. Un’operazione d’alto livello come quella organizzata in sinergia con i Musei di San Domenico di Forlì ha anche questo obiettivo, quello di accendere i riflettori su Rimini e sulla Romagna come territorio d’arte e di storia nel mondo».

«Confcommercio Cervia –sottolinea Piero Boni, Presidente di Confcommercio Cervia- ha creduto fin dal loro inizio nelle mostre d’arte della Fondazione di Forlì e ha dato vita ad un’inedita collaborazione tra costa ed entroterra per la promozione del turismo culturale. Siamo convinti che l’innovazione dell’offerta turistica balneare passi da simili esperienze di rete tra attori diversi e complementari dello stesso territorio e oggi mettiamo a disposizione della neonata Destinazione Romagna questo patrimonio di valori e di conoscenze».

«Le grandi mostre dei Musei San Domenico –gli fa eco Gianfranco Brunelli, curatore dell’esposizione forlivese- hanno svolto un ruolo importante nella promozione del turismo del territorio. Le 12 mostre realizzate dal 2006 ad oggi hanno superato il milione di visitatori, diversi dei quali hanno abbinato la visita ad un soggiorno o sono tornati successivamente in Romagna. Questa tredicesima mostra è la più grande finora allestita sul ‘500 e sulla riforma dell’arte».

L’iniziativa è supportata da una campagna comunicazione social su Twitter e Instragram con gli account @CerviaArtH e @cerviaarth. Previsti collegamenti con gli account di giornali e giornalisti specializzati in arte, turismo culturale, viaggi e turismo in generale, della promozione turistica locale e nazionale, degli amministratori del turismo e cultura locali e nazionali, #bloggers  #artlovers e dei #travelbloggers. Hanno aderito all’iniziativa venticinque Comuni, con cinquanta siti visitabili: Forlì, Bagno di Romagna, Bertinoro, Castrocaro Terme/Terra del Sole, Civitella di Romagna, Dovadola, Forlimpopoli, Galeata, Modigliana, Portico e San Benedetto, Predappio, Premilcuore, Rocca San Casciano, Verghereto, Meldola, Santa Sofia, Tredozio, Faenza, Cesena, Longiano, Roncofreddo, Rimini, Saludecio, Santarcangelo, Mondaino.

Tra il Rinascimento e il Barocco. La grande mostra al San Domenico di Forlì

Dal Cristo Portacroce dei Giustiniani di Michelangelo alla Madonna dei Pellegrini di Caravaggio. Due opere che segnano, simbolicamente, uno dei periodi più fiorenti per l’arte italiana, raccontato dalla Mostra “L’Eterno e il Tempo tra Michelangelo e Caravaggio” ospitata fino al 17 giugno ai Musei di San Domenico di Forlì. Tra i “due” Michelangelo si snoda un percorso culturale innovativo, alla ricerca di un rispecchiamento tra i valori eterni e quelli storici. E se in Buonarroti si dissolve ogni idea o ideale di compiutezza umana e terrena, in Michelangelo Merisi un’umanità intrisa di peccato, scalza e sporca bussa alle porte del cielo. Il fascino di un secolo compreso tra un superbo tramonto, l’ultimo Rinascimento, e un nuovo luministico orizzonte, l’età barocca, è narrato attraverso un percorso espositivoin 12 sezioni e 190 opere realizzate da 50 artisti, che mostra capolavori di Raffaello, Rosso Fiorentino, Lorenzo Lotto, Pontormo, Sebastiano del Piombo, Correggio, Bronzino, Vasari, Parmigianino, Daniele da Volterra, El Greco, i Carracci, Barocci, Veronese, Tiziano, Zuccari, Reni e Rubens. La Mostra si caratterizza anche per un nuovo percorso espositivo che, per la prima volta, utilizza come sede la Chiesa conventuale di San Giacomo Apostolo, a conclusione del suo integrale recupero.